Mettetela come volete, ma se esiste una certezza tifosa, è che contro la Juventus non sarà mai una partita come le altre. Non ci sono buoni rapporti o differenti obiettivi che tengano. Sono altro da noi. Sic et simpliciter. Dove per "noi" s'intende l'essenza più profonda del romanismo. Quindi anche (o soprattutto) lui. E lui non può che essere la Bandiera per antonomasia. Francesco Totti è riapparso due giorni fa sullo sfondo della tv del club durante un collegamento con l'amico e socio Candela: al di là di chi scorge segnali di un ritorno in società in un futuro indefinito, l'immagine non è passata inosservata. Non potrebbe mai. Per l'universo Roma continua a essere uno di casa. Anche quando non c'è aleggia su tutto lo scibile a tinte rosse e gialle. E viceversa: da queste parti il 27 settembre somiglia più di ogni altra ricorrenza a un Natale laico. Figurarsi quando dall'altro lato c'è la Juve e la data coincide con quella dello scontro diretto.

Nemica sportiva per eccellenza del Dieci, che in più di un'occasione ha rappresentato per lui (e per noi) l'ostacolo verso quei titoli tanto ambiti. E ancora più spesso è diventata fonte di polemiche, rimpianti, recriminazioni. Come però è stata pure ispiratrice di straordinarie vendette calcistiche, immense gioie, nemesi di ogni genere. Nelle quali - manco a dirlo - il protagonista è stato spesso e volentieri proprio Totti. Novello Pasquino sul rettangolo verde, col gusto dello sberleffo, quando circostanze e avversari lo richiedevano. Inutile aggiungere che nel caso dei bianconeri accadeva con disarmante continuità. Le ripetute ingiustizie dovute a sviste arbitrali (le chiamiamo così? ma sì, facciamo i bravi); le cacce all'uomo - spesso quello col 10 sulla maglia - più impunite che sanzionate; le nefandezze di ogni ordine e grado perpetrate sul campo come fuori: tutto ha concorso a creare sete di giustizia. E a soddisfare l'arsura da clima di ostilità congenita ci ha pensato lui tante volte. Dieci. Che non è soltanto sinonimo di genio calcistico, ma è anche il numero dei gol rifilati a quel mondo così lontano dal nostro, le vittorie a cui ha partecipato, perfino le ammonizioni rimediate, perché chi si astiene dalla lotta...

L'ultimo minuto di Totti contro la Juve risale al 14 maggio 2017, due settimane prima del Lungo Addio: un successo netto, 3-1, per accomiatarsi come si era presentato alla sfida delle sfide: 3-0 quella volta, ancora all'Olimpico, ancora a maggio, il 28, ma del 1995. Eppure ha dovuto aspettare un bel po' per togliersi la prima soddisfazione personale: stagione 2002-03, un gol e un assist per l'amico Cassano. Anche se il nirvana vero è da ascrivere alla stagione successiva: la coppia di talenti biondi asfalta i bianconeri con un 4-0 quasi da film. In ogni senso: vittoria più larga dopo quella di Testaccio che ispirò la famosa pellicola. Il barese si fa beffe della difesa bianconera, Francesco tramortisce Montero che lo colpisce ripetutamente fino all'inevitabile (e persino tardiva) espulsione. È un massacro calcistico. A una manciata di secondi dalla fine Capello - ancora sul versante giusto della barricata - concede al suo Capitano la meritatissima standing ovation.

Tudor non ci sta e involontariamente regala agli annali un tris di gesti da goduria assoluta: quel «zitti, quattro e a casa» col dorso della mano in pochi secondi diventa allegorico. Oggi il croato è il vice di Pirlo e chissà che domenica sera su quel campo non ci ripensi. Li zittirà ancora l'altro da noi, con tanto di indice sul naso e a Torino, nell'anno della rimonta di stampo ranieriano. E ancora lo farà scatenando un boato da liberazione, nel disgraziato 2013, con una botta che fulminerà Buffon. Con loro serve l'Epos. Totti lo ha evocato. E si gioca il 27 settembre.