Ogni tifoso ha un compito: quello di andare oltre. Oltre quello che vedono gli occhi, che ascoltano le orecchie. Calciatori che non hanno nulla da dire, poco a cui pensare.

Ragazzi allevati in batteria e che si riproducono – anche – grazie a profili Instagram tutti uguali: stessa pettinatura, stessi tatuaggi, stesso orologio, stesso beauty case sotto il braccio. Caricature di uno stereotipo lontano anni luce dal congiuntivo e, soprattutto, dal calcio lacrime e sangue, colpi di classe e parastinchi, senso d'appartenenza e rivalsa che c'avevano fatto innamorare di questo sport. Macché.

Cosa? No, non c'entra nulla la nostalgia del passato, eh. E mi viene in mente quello che accade nella musica dove, qualsiasi canzone scriverà un cantautore, verrà bollata con «Non è più come le prime». Per non parlare del cinema: «Non fa più ridere, non ha più nulla da raccontare». Non è questo il discorso. È che, semplicemente, è cambiato il mercato. E, più semplicemente, il rapporto causa/effetto: si faceva un prodotto di qualità. E per quello si vendevano dischi, per quel motivo si riempivano i cinema. Adesso l'effetto è diventato la causa: cosa devo fare per ottenere visualizzazioni? Cosa per far sorridere il botteghino? Addio qualità: tutto si brucia istantaneamente inseguendo, spesso senza raggiungerla, la moda del momento. La tendenza stagionale, mensile. Settimanale. Quotidiana. Non rimane niente.

E così nel calcio: squadre nate sui cellulari dei dirigenti scorrendo i calciatori sotto procura dell'intermediario amico. Contratti firmati che valgono zero, meno di zero. Due pugni sul cuore verso i tifosi senza manco ricordarsi chi sono questi perché, sei mesi prima, giocavano da una parte. Sei mesi dopo da un'altra. Non ci resta che piangere, direbbe qualcuno. Oppure no: non ci resta che, e torno all'inizio, andare oltre. Custodendo noi il sogno, cullando noi l'idea, portando avanti – ognuno i suoi – i nostri colori. Perché tutti passeranno: noi resteremo. Memoria storica di uno sport che vive perché ancorato ai sentimenti. Forse ancor di più, in alcuni casi, che al gesto tecnico. Questo, invece, è il calcio formato reality… dove ogni partita corre il rischio di diventare – vi basterà pensare al testo di molti, troppi messaggi WhatsApp che ricevete durante i novanta minuti – una puntata di un format trash popolato da tanti modelli in cui quello che gioca peggio non è più uno da incitare, ma da… eliminare. Addio.

Anche se poi, nella realtà, sono proprio i calciatori quelli che riescono a reiventarsi. Loro che, rispetto agli Anni Ottanta, giocano il doppio delle partite e corrono al triplo della velocità. Solo che all'epoca appendevano gli scarpini al chiodo a trentadue-trentatrè anni, oggi a quaranta. Tanto che questo, pensateci, è il mercato degli over trentatré e - solo per fare un esempio - Ibrahimovic fa ancora er maschio perché questo è un calcio in cui non esiste più il contatto fisico, l'entrata, il tackle duro. In cui – come fossero al Grande Fratello – mille telecamere sorvegliano ventidue giocatori che, in campo, corrono corrono senza prendersi mai.

Sia chiaro: questo non è un inno al gioco duro, eh. Questo, semplicemente, è il sorriso di chi immagina – solo per qualche istante – Ibra rincorso da Roberto Policano, marcato in area da Sergio Brio, spalla a spalla – in velocità – con Pietro Vierchowod, strattonato da Claudio Gentile, affrontato da Sebino Nela.
Altroché.