Sono giorni decisivi per la cessione dell'As Roma e all'orizzonte per James Pallotta si stagliano (almeno) tre possibilità diverse: c'è la prima offerta, la più nota, che riconduce a Dan Friedkin e a suo figlio Ryan, che potrebbe essere ripresentata ufficialmente all'inizio della prossima settimana, con una finestra temporale di scadenza di sette giorni e una cifra leggermente rialzata rispetto all'ultima già rifiutata da Pallotta (490 di enterprise value più 85 milioni di investimento immediato nel club); ce n'è una seconda, al momento la più misteriosa, e fa riferimento a una presunta cordata "sudamericana" che è stata svelata dal mediatore uruguaiano Gaston Fernandez che sarebbe stato contattato per convincere Cavani a rifiutare qualsiasi altra proposta economica di contratto per sposare il progetto Roma: questa, secondo le informazioni di cui siamo entrati in possesso, sarebbe la proposta più convincente dal punto di vista economico, ma non ci sarebbe ancora la richiesta chiarezza sulla composizione della compagine societaria; e, novità dell'ultima ora, ce ne sarebbe una terza che a quanto pare è stata già prospettata al management romanista e conterebbe su solide sponde politiche nella Roma che conta e farebbe riferimento addirittura a un fondo sovrano, probabilmente del Kuwait.

Quel che è certo è che Pallotta presto uscirà di scena anche se la Goldman Sachs si era già attivata per fornirgli le coperture finanziarie per arrivare a spostare l'orizzonte temporale fino a coprire tutto il 2020. Ma poi vanno ovviamente soddisfatte le esigenze economiche del club, in più il parere decisamente negativo dei soci a partecipare al completamento dell'aumento di capitale avrebbe indotto il presidente a rompere gli indugi e ad accelerare le trattative per la cessione del club. Pallotta e i suoi soci hanno anticipato già 60 dei 150 milioni di aumento di capitale varato, hanno convertito in equity (capitale) un prestito soci da 29,1 milioni e hanno proceduto all'acquisto di un pacchetto di crediti futuri del valore di 30 milioni, con uno sconto di 4. In più è stato contratto recentemente un prestito a garanzia statale di 6 milioni con la Banca Popolare del Lazio. Il fabbisogno della società è comunque soddisfatto, ma poi arriveranno nuove scadenze e Pallotta ha capito che l'atteso sì al nuovo stadio non verrà ufficializzato prima dell'autunno. Dunque meglio vendere subito, al miglior offerente.

Logico ripensare all'offerta del Gruppo Friedkin, al centro di cinque mesi di trattative culminate con l'accordo sostanziale raggiunto proprio nei primi giorni di marzo, quando però in Italia (e in America) si stava scatenando la diffusione del Coronavirus. E dunque affare bloccato fino alla nuova proposta, formulata ufficialmente a maggio e respinta da Pallotta con parole di accompagnamento certo poco accoglienti: «L'ultima offerta semiconcreta che abbiamo ricevuto non era neanche vicina ad essere accettabile. Ma se il gruppo Friedkin avesse i soldi e volesse parlare ancora e avanzare un'offerta tale da essere ritenuta accettabile da tutti noi per la Roma lo ascolteremmo». Dall'entourage dell'imprenditore texano filtrano nuove indiscrezioni secondo le quali il boss sarebbe pronto a ripresentare l'offerta su un valore tra i 520 e i 530 milioni, al netto degli investimenti da apportare. Saranno sufficienti?

Ecco qui che entra in ballo la cosiddetta cordata dei sudamericani che in realtà hanno una sponda tecnica/finanziaria a Los Angeles e che hanno manifestato un interesse concreto già espresso sia in termini di globalità di investimento (l'offerta prospettata a Pallotta sarebbe di gran lunga superiore a quella di Friedkin) sia nell'immediato (con un'offerta contrattuale triennale presentata al fratellastro manager di Edinson Cavani, Walter Guglielmone, oltre a una disponibilità a Pallotta a chiudere la questione in tempi rapidissimi). Il loro interesse è di acquistare il club italiano per convogliare una parte di investimenti nel settore calcistico e aprire una strada anche per altri investimenti immobiliari in Europa. Non è ancora chiaro però quale sia la figura chiave del loro management né chi sono gli imprenditori che concretamente procederanno agli investimenti: ma ora il tempo stringe e Pallotta vuole vederci chiaro. Così tra i due "litiganti" il terzo incomodo potrebbe avere la meglio: si tratta di un fondo sovrano (dicono del Kuwait) che avrebbe già mosso alcuni esponenti di spicco della vita sociale e politica romana e che non avrebbe difficoltà ad accontentare Pallotta, probabilmente non quanto sono disposti a fare i "sudamericani", ma forse più di quello che si appresta a dichiarare Friedkin. Staremo a vedere, restate connessi.