Gabriele Gravina è diventato il 42° presidente della Federcalcio il 22 ottobre 2018, eletto con il 97,2% dei voti dell'assemblea elettiva, è nativo di Castellaneta, provincia di Taranto, ma è l'Abruzzo la terra a cui è più legato, in cui risiede (a Sulmona), in cui sorge l'azienda di famiglia (che gestisce con i figli Francesco e Leonardo) e che lo ha visto protagonista da comproprietario e presidente del miracolo del Castel di Sangro, la squadretta del paese di 5000 abitanti portata in Serie B partendo dal gradino più basso dei dilettanti. Oggi ha gestito questa lunghissima emergenza per il virus e ha appena portato la barca del calcio italiano nel porto di una (probabile) ripartenza. Ma sa che è ancora presto per festeggiare.

Ci chiedevamo, presidente, se in questo lungo periodo qualcuno le abbia mai chiesto "Come sta?". 
«(Sorride), la mia famiglia, qualche amico e i collaboratori più stretti. Grazie a Dio i miei familiari hanno capito il livello di difficoltà, sono stati ovviamente molto preoccupati sia per il lavoro che c'era da svolgere sia per me».

Lei non si è mai preoccupato per la sua salute?
«Come tutti gli italiani, ma non mi sono preoccupato tanto per il virus, perché ho rispettato ogni protocollo nella maniera più rigorosa, quanto per il resto: io sono un introverso e certi effetti li somatizzo».

Nella cerchia delle persone che conosce ha avuto qualcuno che è rimasto contagiato?
«Due, e purtroppo una delle due, un mio carissimo amico, è deceduto. Chi più, chi meno, tutti siamo rimasti colpiti dall'effetto devastante di questo Covid-19».

Lei ha portato avanti questa croce per motivi per così dire di massima rappresentanza. Ha mai avuto incertezze?
«Forse quando la Francia ha annunciato lo stop del campionato. Ma non mi sento di aver portato una croce. Ho un ruolo istituzionale, lo devi esercitare e prenderti le responsabilità. Rappresentavo un movimento, avevo un obiettivo fondamentale, ed è stata la mia stella polare: dovevo tutelare gli interessi di un mondo che vedevo compromesso, che vedevo attaccato da chi voleva che staccassimo la spina. Ma questo andava combinato con la necessità di tutela della salute. È stato difficile, ma ho rispettato tutti i ruoli. Forse mi aspettavo maggior sostegno da chi si identifica nei valori dello sport. E invece sentivo parlare di confusione, che invece era generata soprattutto da chi ne parlava. Sentivo parlare di scarsa lucidità, ma mi hanno riconosciuto in tanti di averne invece avuta tanta. Altri volevano confondermi o farmi apparire confuso».

Ha condiviso questa battaglia con Paolo Dal Pino, presidente della Lega.
«E lo ringrazio di cuore perché ha dimostrato una vicinanza e una sensibilità straordinarie, dimostrando tutto il suo valore come uomo e come dirigente sportivo».

Ma ora il compito non è finito.
«Siamo ancora in campo con tante difficoltà da superare, ma si va avanti nella massima convinzione che quello che abbiamo fatto lo dovevamo al calcio e alla passione di tanti italiani».

Dentro di lei non ha vissuto un conflitto interiore, magari nei momenti in cui il virus aveva drammaticamente invaso gli ospedali italiani?
«Assolutamente sì. Ma in quel momento bisognava capire se dovevamo oltretutto compromettere il nostro movimento in maniera definitiva. Sarebbe stato facile. Non stiamo parlando solo di un gioco, ma di una dimensione economica che richiede un senso di responsabilità enorme. E tutelando quegli interessi si alimenta anche la passione di tanti italiani. Il calcio a porte chiuse è una tristezza unica, ma è una tappa di avvicinamento per riconsegnare il calcio al vero titolare: il tifoso».

Le proteste ultras le abbiamo sinceramente condivise. A un certo punto è sembrato davvero che si ripartisse solo per motivi finanziari.
«Non è così, il calcio riparte perché è una speranza per tutto il paese. I tifosi hanno ragione e li capisco. Io sono il primo tifoso del calcio. Ma come si può pensare che nel momento in cui riparte tutto il paese il calcio debba restare fermo? Come si può pensare che se non parte adesso possa ripartire ad agosto o a settembre? Se non riesce a ripartire oggi convivendo in qualche modo con il virus poi c'è il rischio che la contagiosità possa aumentare di nuovo a settembre e allora che si fa? Si aspetta il vaccino? E quando arriva? E nel frattempo le 100.000 persone che lavorano nel settore? E i dodici settori merceologici li abbandoniamo? A livello internazionale stanno ripartendo tutti, io non volevo prendermi il titolo dell'Equipe, "Come degli scemi", noi non ce lo facciamo dire. E faremo anche qualcosa per onorare chi ha lavorato duramente, chi non c'è più, chi soffre per i lutti».

Ha elogiato Dal Pino, ma si è notata una certa distanza tra lei e il presidente del Coni Malagò.
«Io rispetto i ruoli istituzionali e riconosco a Malagò il ruolo di numero uno dello sport. Conosco le sue capacità di grande dirigente. In tanti hanno visto in certe dichiarazioni motivi di contrasto, non nego che ci sia stato un certo confronto dialettico su temi di natura sportiva e anche profili di non condivisione. Su questa partita non ci siamo trovati, le nostre visioni sono state differenti. Ho provato anche a capirlo perché il calcio non si è fermato a differenza di tutti gli altri sport. Ma io non entro in un conflitto con chi ha idee diverse dalla mia».

Anche con Tommasi c'è stata diversità di vedute. Ma ha l'indubbio merito di aver capito prima degli altri che bisognava fermare tutto.
«Damiano per la responsabilità che ha è stato sicuramente il dirigente che ha più evidenziato i problemi seri che si sono generati con la diffusione del virus. Io gli ho contestato la modalità, in un ruolo istituzionale bisogna rispettare le procedure. Se ne avessimo parlato internamente avremmo avuto gli stessi risultati con minori polemiche. Ma i rapporti sono buoni, ci confrontiamo, insieme stiamo cercando le migliori soluzioni per andare incontro alle esigenze che lui solleva e che io condivido e che sono in linea con gli interessi del calcio».

C'è stato a un certo punto un intreccio di competenze tra le varie commissioni: quella del Governo, la vostra, la Federmedici...
«Ci sono state interpretazioni non corrette dei rapporti. La nostra commissione esiste da statuto, ed è stata rinforzata da alcuni specialisti e dalla Federazione dei medici sportivi. All'inizio forse c'è stata qualche tensione, anche inevitabile, ma in questo scenario complesso i rapporti si sono affinati e il lavoro è stato portato avanti poi in stretta collaborazione con tutto il Comitato Tecnico Scientifico».

Sembra un po' anche il percorso compiuto con il Ministro Spadafora.
«Personalmente abbiamo sempre avuto un gran rapporto, ci siamo sentiti spessissimo, è stato un percorso lineare dal primo momento. Ha preteso che non cercassimo scorciatoie e non le abbiamo mai pretese. Con Tommasi ci siamo ritrovati a non pretendere alcun rapporto privilegiato per i calciatori. Poi purtroppo qualcuno ha alimentato quel piccolo seme di confusione per mettere in evidenza contrasti che in realtà non sono esistiti».

Come ritiene che i giornali abbiano trattato la vicenda?
«Ho visto molta attenzione e molto interesse e anche qualche piccola faziosità legata alla tutela di qualche interesse specifico».

I presidenti forse non hanno capito il Piano C, quello dell'algoritmo della classifica ponderata. E sono fortemente contrari al piano B, quello del playoff.
«Forse non sono stato bravo a farlo capire, eppure sono cose elementari: l'algoritmo è il meccanismo che porta alla classifica ponderata, per l'appunto. Gli inglesi arrivano a farlo dopo di noi e ora tutti dicono che è il modello inglese. Ma chi può pensare che in caso di stop si cristallizzi una classifica non tenendo conto che magari qualcuno abbia giocato una o due partite in più? Non ci sarà alcun elemento di discrezionalità. Quanto al playoff, la Uefa lo ha suggerito, ma è logico che sia praticabile solo se non dovessimo per qualche motivo ripartire. Se si parte e si va avanti non sarebbe praticabile. Per me in ogni caso restano soluzioni giuste e sportive. Molto più di dire "quella è la classifica, punto e basta"».

Il Consiglio Federale e l'impegno preso col ministro Spadafora le consentiranno anche di imporre Piano B e Piano C.
«Io ho già una precisa delibera del Consiglio Federale del 20 maggio, quindi è già votato. Ci sono tre soluzioni, vedremo di dare tutti i contenuti l'8 giugno. Io proprio stamattina ho mandato ai presidenti delle Leghe una richiesta di contributo di idee su questi temi. Il 4 giugno riunirò tutti i presidenti delle componenti e ascolterò il parere di ognuno per arrivare nelle ideali condizioni di dare il giusto riconoscimento al merito sportivo».

Ha letto l'intervista di Cellino sul Corriere dello Sport? Sostiene che quando in Lega si fanno le domande a Dal Pino in sua vece risponde Lotito.
«(sorride). A me il lotitismo ultimamente sembra un alibi. Parlo per esperienza personale. Lotito è uno dei 20 presidenti della Lega di A e uno dei Consiglieri Federali. Non so come si comporta in Lega di A, per quanto riguarda la federazione lui sta al suo posto, con rispetto reciproco. Invasioni di campo per quanto mi riguarda non gli sono mai state consentite. Né a lui né ad altri. A me dispiace che di fronte a proprie incapacità si faccia ricorso a individuare degli alibi. Il "lotitismo" è un alibi che adesso a me appare anche decisamente scaduto».

Ora si dibatte anche di un altro tema della ripartenza: il rischio che qualche presidente furbetto nasconda o mostri un contagiato a seconda della convenienza del momento.
«Su queste cose non si può scherzare. Ci sarà un pool della procura che vigila e vigilerà costantemente».

Poi il Governo dovrà fare la sua parte, ad esempio per consentire al calcio di autofinanziarsi.
«Nel decreto Rilancio abbiamo già ottenuto molte cose che avevamo proposto. Al Governo abbiamo chiesto di accelerare il processo di riforma dello sport italiano. Con gli strumenti giusti della legge delega prima dell'estate si può riformare davvero lo sport e il calcio, ad esempio con la modifica della Legge 91 che ha ormai 39 anni, in quell'ottica è importante inserire la politica dell'apprendistato per fare formazione ai giovani che lavorano nello sport, così come lo status di lavoratore sportivo in un regime di semiprofessionismo, la possibilità di rilanciare i vivai, l'ipotesi di immaginare crediti di imposta per chi finanzia il mondo dello sport, la possibilità di recuperare i 100 milioni di euro che avevamo prima dall'attività derivante dalle aziende di betting che sono andate perse e finite all'estero».

E come si può facilitare l'iter per la costruzione dei nuovi stadi? Come saprà, la Roma sta aspettando da 3044 giorni un sì o un no per poter dar seguito al suo progetto...
«È uno degli elementi più importanti da sostenere. Le agorà dello sport sono gli stadi, siamo troppo indietro rispetto al panorama internazionale, dobbiamo arrivare a creare alcuni sistemi di sostenibilità per la ristrutturazione e la costruzione degli stadi».

L'ultima domanda presidente riguarda il calcio dei dilettanti e dei settori giovanili. Concretamente, che cosa si sente dire alle migliaia di ragazzi o di calciatori dilettanti in attesa?
«Concretamente esiste la possibilità con il fondo salvacalcio di dare subito un sostegno finanziario veloce e lo inseriremo già nel nostro comitato di presidenza del 4 giugno. Di concreto c'è anche il supporto del governo attraverso Sport e Salute. E anche lì bisogna agire con una legge quadro per riformare il mondo dilettantistico».

E quando si potrà tornare a giocare?
«Già ora con le linee guida si può ricominciare ad allenarsi, ovviamente seguendo i protocolli. La stagione ormai è chiusa, ma se la curva epidemiologica ci sostiene e finisce l'emergenza prevista dal governo fino al 31 luglio, io mi auguro che dal 1° agosto anche i dilettanti possano tornare a godersi i gol. In fondo è questo che ci manca: l'abbraccio di un gol».

Gabriele Gravina è diventato il 42° presidente della Federcalcio il 22 ottobre 2018, eletto con il 97,2% dei voti dell'assemblea elettiva, è nativo di Castellaneta, provincia di Taranto, ma è l'Abruzzo la terra a cui è più legato, in cui risiede (a Sulmona), in cui sorge l'azienda di famiglia (che gestisce con i figli Francesco e Leonardo) e che lo ha visto protagonista da comproprietario e presidente del miracolo del Castel di Sangro, la squadretta del paese di 5000 abitanti portata in Serie B partendo dal gradino più basso dei dilettanti. Oggi ha gestito questa lunghissima emergenza per il virus e ha appena portato la barca del calcio italiano nel porto di una (probabile) ripartenza. Ma sa che è ancora presto per festeggiare. 

Ci chiedevamo, presidente, se in questo lungo periodo qualcuno le abbia mai chiesto "Come sta?". 

«(Sorride), la mia famiglia, qualche amico e i collaboratori più stretti. Grazie a Dio i miei familiari hanno capito il livello di difficoltà, sono stati ovviamente molto preoccupati sia per il lavoro che c'era da svolgere sia per me». 

Lei non si è mai preoccupato per la sua salute? 

«Come tutti gli italiani, ma non mi sono preoccupato tanto per il virus, perché ho rispettato ogni protocollo nella maniera più rigorosa, quanto per il resto: io sono un introverso e certi effetti li somatizzo». 

Nella cerchia delle persone che conosce ha avuto qualcuno che è rimasto contagiato? 

Leggi l'intervista completa sull'edizione digitale de Il Romanista: è gratis fino al 3 giugno

di: Daniele Lo Monaco