Questo è il quotidiano dei tifosi della ROMA. Che lo scrivono, raccontandosi. Che lo leggono, ritrovandocisi. In una simbiosi che non ha eguali nell'editoria e che pone, chi scrive e chi legge, sulla stessa linea: orizzontale. E questa linea, se si ha voglia di percorrerla, porta dritta alla squadra della Capitale. Per questo, proprio nel periodo in cui i tifosi – per qualcuno – non sono indispensabili, mi piace l'idea di catapultare al centro del giornale Mauro. Anche se lo so, questo nome non vi dice nulla. Perché Mauro non gioca, non fa radio, non scrive. Ed è sui social solo per modo di dire: non partecipa. E allora? E allora è qui, e leggerete di lui, solo ed esclusivamente perché è un tifoso della ROMA. Solo ed esclusivamente perché parlando di lui è come se parlassi di ognuno di voi. Un modo come un altro per portare alla ribalta chi alimenta questo sport e tutto il carrozzone che vive, o sopravvive, intorno al calcio. I tifosi.

Mauro, perciò, siete tutti voi. E questo è il mio modo – l'unico che ho a disposizione – per dare voce e visibilità a tutti gli altri. Anche se, ve lo anticipo, non è affatto facile mettersi nei suoi panni. Perché quando la ROMA gioca, Mauro beve. Parecchio. E comincia da quando partiamo per andare allo stadio. Birra dopo birra, casella dopo casella come fossimo in un gioco in scatola. Regge eh, non lo vedi mai barcollare. Anzi, lucido: sempre. La lucidità, invece, la perde se non trova libero il solito parcheggio perché se anche tutti gli altri sono vuoti lui deve, sempre, metterla al solito posto. E neanche perché porta bene. Semplicemente perché tutti gli altri, secondo lui, portano male. E se al volante ci sono io e mi azzardo a non starlo a sentire… indovinate di chi sarà la colpa, secondo lui, se la ROMA non farà tre punti?

A proposito: ma ve l'ho detto che Mauro lo conosco da sempre? Che è come fosse mio fratello? E che non credo esista un giorno della nostra vita, da quando ho memoria, in cui non ci siamo almeno sentiti? È la mia scatola nera, io la sua. E tra le tante-tantissime cose che condividiamo, neanche a dirlo, c'è la ROMA. In modo assoluto. Tanto che ho scelto di parlare di lui perché è il tifoso più puro che io conosca: senza macchia. Lontano anni luce dalle logiche delle radio, dai partiti delle proprietà. Della ROMA alla vecchia maniera, che poi è l'unica che io pure conosca: hai addosso la nostra maglia? Sei il più forte. E ti sosterrò soprattutto quando giocherai male. Senza fischiarti, mai.

E così Mauro che se torna Falcao all'Olimpico ti volti e lo vedi con gli occhi lucidi. Mauro che impreca, sempre. Ma sempre contro arbitri e avversari, mai contro la ROMA. Mauro a cui martorizzo la spalla, per scaricare la paura, quando un avversario parte palla al piede. E che prendo a pugni, manco piano, quando la ROMA segna. Mauro che una volta a casa si rivede la partita, cascasse il mondo. E così in piena notte, se gli scrivo, so che starà davanti la televisione per sublimare la vittoria o lenire le ferite di una sconfitta.
Imprecando ancora una volta per una occasione sbagliata per un soffio. Certe volte, quando la ROMA gioca fuori casa e stiamo insieme per vedere la partita, mia moglie e la sua compagna ci guardano con la stessa espressione con cui le mamme osservano, rassegnate, i loro figli scatenarsi ai gonfiabili. I nostri, di figli, seppur piccoli hanno capito, invece, che quando la ROMA prende gol meglio girare a largo. Che non è il momento. Già, non è il momento per fare nulla quando perdiamo. Svuotati.

Svuotati e distrutti fisicamente. Tanto che, salutandoci, ci guardiamo in faccia e ci ripromettiamo che «Dovremmo viverla di meno. In modo più distaccato». Ma non ci crediamo neanche noi, neanche per un solo istante. Neppure mentre ce lo stiamo dicendo. Perché la ROMA non abbiamo altro modo di viverla che questo. E perché alla fine, a pensarci bene, se abbiamo perso la colpa non è neanche della squadra ma solamente di quel maledetto parcheggio trovato occupato.
Parola di Mauro.