Fa 400 km ogni quindici giorni per vedere la Roma, o per meglio dire, "faceva", quando non c'era il Coronavirus. Serena Girlando, anestesista del Policlinico di Modena, in prima linea contro la malattia che ha fermato il mondo, romanista da sempre e abbonata all'Olimpico, racconta la sua storia con orgoglio: «Sono modenese e da piccola andavo a vedere Luca Toni al Braglia, ma la Roma quando ero bambina, negli Anni 80, era fortissima e a me piaceva la maglietta. Ed è nata così... Simpatizzo anche per la squadra della mia città, ma prima c'è la Roma, c'ero anche quando ha vinto lo scudetto. Comunque ce ne sono da queste parti di romanisti, non siamo tantissimi ma una buona rappresentanza. In "trasferta" di solito non vado, a meno che come la Roma non venga a giocare proprio sotto casa mia... A Bologna (a settembre scorso, ndr) ero nel settore ospiti quando Edin è venuto sotto la curva a festeggiare con il preparatore Nuno Romano come un pazzo».

Nessun Roma Club di appartenenza, Serena viaggia da sola per la Roma, la famiglia in giallorosso quindi se l'è creata all'Olimpico: «È la cosa che più mi manca in questo periodo, non poter incontrare i miei amici dello stadio. Mi sento quasi più romana che modenese». Si aggiorna tutti i giorni ascoltando qua e là le radio romane, «leggendo Il Romanista», seguendo i giornalisti specializzati, quando stacca dal lavoro.

È un periodo durissimo quello che stiamo affrontando, gli ospedali vivono nell'emergenza, trasformati per il "monopolio" del Coronavirus, diverse sale operatorie sono state precettate per la rianimazione (a scapito ovviamente della cura di altre malattie): «Si fa quel che si può, anche se la priorità resta quella di combattere questo maledetto virus». Fortunatamente con qualche cognizione in più: nel corso delle settimane è aumentato molto il livello di sicurezza e protezione dei medici: «Ho assistito molti pazienti affetti da Covid-19, ma sono abbastanza "fortunata" - racconta Serena - essendo anestesista e rianimatore ma sto prevalentemente in sala operatoria, i colleghi della rianimazione hanno avuto un mese durissimo, ora va leggermente meglio».

A Modena, al lavoro, «tutti sanno che sono romanista, con i colleghi ci aiutiamo a organizzare i turni per poter seguire le nostre squadre del cuore il più possibile». Così, anche Serena ha voluto scrivere qualcosa dietro le proprie spalle: «Quando si indossano queste tute di protezione che vedete si è tutti uguali, ci si scrive tutt'al più il proprio nome, allora ho chiesto a un collega di scrivermi il mio nickname su Twitter "Tottimitico" e mi hanno fatto la foto. Pubblicandola non volevo certo dare l'idea che qua ci si diverte, perché è l'esatto contrario, i miei amici hanno insistito e l'ho postata sui social».

E quell'immagine è finita anche sull'account ufficiale della Roma, alla categoria "heroes": «Non so davvero come se ne siano accorti, qualcuno mi ha taggata, poi mi ha scritto Paul Rogers, l'uomo dei social della Roma, mi sono imbarazzata perché io sono timida, ho un pudore pazzesco».

Già, i social. L'esposizione mediatica del personale sanitario, per la verità, non è stata vista da tutti allo stesso modo, medici (qualcuno non vuole essere nemmeno chiamato "eroe") e non: «Da un lato fa piacere ovviamente che si parli di noi e del nostro lavoro, ma dall'altro siamo stati anche criticati perché qualcuno pensa ci si approfitti della situazione per mettersi in mostra, per il solo fatto che rimaniamo "umani", perché cerchiamo di sopravvivere alla fatica e al dolore, ma sinceramente credo che se non affrontassimo tutto questo anche "sdrammatizzando" in qualche modo sarebbe la fine... La cosa più importante è fare il proprio mestiere. In questo momento, tra l'altro, tra tutto il personale medico e sanitario si è creato un rapporto ancora più stretto, ognuno fa quello che può e anche di più per la causa comune: facciamo anche delle cose che non ci competono».

Si corre quel metro in più per il compagno di squadra, quindi: «Abbiamo molti più turni, il rapporto si è fortificato, vedo più loro che i miei familiari questa è una cosa bella». E anche con i pazienti si crea una relazione quasi unica: «La persona da cui sono andata "vestita" in quel modo si è messa a ridere per la scritta che avevo. Ovviamente non tutti reagiscono alla stessa maniera, c'è molta paura in questo momento negli ospedali e allora si cerca di metter la gente che arriva a proprio agio. Mi è capitato di avere dei pazienti laziali con cui ho scherzato, perché mi riconoscono subito dal lupetto che porto al collo. E una volta a un paziente che mi chiedeva il risultato della partita ho fatto uno scherzo dicendo che la Lazio stava perdendo e poi ci abbiamo riso insieme».

Da quando c'è il Coronavirus il lavoro di Serena è cambiato, anche in termini emotivi: «Abbiamo avuto l'H1N1 che era più virulenta ma non era così contagiosa. Questa epidemia ha davvero una portata enorme, ha stravolto le regole anche degli ospedali in pochi giorni, cogliendo tutti alla sprovvista. Diciamo che non ho paura per me, è il mio lavoro, sono abbastanza fatalista, certamente ci vuole sicuramente molta attenzione, più attenzione del solito. La cosa più brutta è non poter vedere le persone più vicine, come i miei genitori. Non li vado più a trovare, all'inizio quando non si era compresa fino in fondo la situazione mangiavamo anche insieme, ora no. Ognuno poi reagisce in maniera diversa, ci sono molti colleghi che sono abbattuti perché magari hanno nel nucleo familiare qualcuno più fragile che possono contagiare. Il grande problema è che non sappiamo quando tornerà la normalità, stabiliamo il programma di lavoro di giorno in giorno, non più di mese in mese come prima. E temo che sarà ancora lunga, perché anche se la conoscenza di questo virus è molto migliorata ancora si sa relativamente poco. Credo servirà un vaccino perché al momento non è detto che chi si è ammalato ed è guarito non si possa ammalare di nuovo. Ora per fortuna ci sono anche farmaci che rispondono, ci siamo confrontati moltissimo in videoconferenza in questi mesi con altri reparti per capire come trattare la patologia, c'è stata molta cooperazione».

In qualche modo bisognerà riaprire le porte e, tornando alla Roma, anche i campi di calcio se non gli stadi: «Riprendere lo sport adesso sarebbe una cazzata unica, muovere comitive di 60-70 persone su e giù per l'Italia? Bergamo e Brescia sono "posti di guerra". Alcuni calciatori ancora non sono guariti, né si conoscono le conseguenze del Covid-19 sul fisico delle persone guarite, lo scopriremo. In Cina erano chiusi davvero e stanno ripartendo solo adesso. Ovviamente bisognerà cominciare a riaprire, ma con le protezioni giuste, a partire dai mezzi pubblici. Non si deve assolutamente ricadere nel baratro, soprattutto per la tenuta degli ospedali».

E poi sarà ancora Roma: «Mi manca, ovviamente. Il ricordo più bello da romanista, di diritto, è il 17 giugno 2001. Ero stralunata, non mi ero neanche accorta che a un certo punto aveva segnato Di Vaio per il Parma, ricordo la gente impazzita, c'era chi si faceva le sigarette con il prato dell'Olimpico! Poi ero presente anche a Roma-Barcellona. Ricordo bellissimo il 2-1 del modenese Luca Toni con l'Inter, per me fu straordinario, lui era un mito. Non come Totti, che è stato tutto. Per noi che non siamo di Roma è stato un dio, ci faceva sentire importanti nel mondo, faceva rosicare tutti perché lo avrebbero voluto nella proprio squadra. Purtroppo ho dovuto vedere il suo addio al calcio in tv. Ho pianto come tutti, anche mia madre che non segue per niente il calcio ha pianto. Il mio primo capitano per ragioni anagrafiche è stato Giannini, ho amato Voeller e Desideri. De Rossi? Ogni tanto da calciatore mi ha fatto arrabbiare, ma come fai a non amarlo? È un uomo sopra la media. Quando è venuto in Curva Sud al derby ero pochi seggiolini distante da lui, ma non mi sono accorta che era lui...». Magari la prossima volta. Intanto la speranza è tornare all'Olimpico a godersi la Roma di oggi, quella di Zaniolo, che Serena terrebbe «a vita» e di Fonseca: «È uno che non trova mai scuse. Spero rimanga a lungo. Come Dzeko, unico vero fuoriclasse che abbiamo in rosa».