"Nell'anno 2010 venni invitato ad assistere a una gara di calcio. Lo stadio era pieno, presi posto in tribuna. Era uno stadio nuovo, con tutti gli spettatori rigorosamente seduti ai loro posti. Nessun colore, nessun calore. Solo un brusio era permesso all'interno di quella costruzione, perfetta nella forma, incredibile, asettica. La partita era cominciata da un po' quando la squadra ospite passò in vantaggio tra timidi applausi: né gioia né dolore né noia né stupore. Ad un tratto, da un lato dello stadio illuminato dal sole, qualcosa, qualcuno incominciò a muoversi, a tenere un comportamento strano, lontano nei tempi. Il loro brusio diventò voce, la loro voce diventò grido, il loro grido diventò boato. Dieci, cento, mille si erano uniti a loro. Quella parte dello stadio si colorò, un enorme striscione coprì le loro teste, l'incitamento diventò incessante, continuo, ritmato. Da dentro mi salì un caldo,dolce ricordo e una grande certezza: VIVONO ANCORA LIBERI PER VOLARE IN UN SOGNO".

Emiliano Mondonico scrisse queste frasi sul finire degli Anni 90 e, se anche sbagliò sui tempi – avendo forse sopravvalutato la capacità repressiva dello Stato, o sottovalutato la coriacità dei tifosi di curva - aveva già intravisto il calcio del futuro, quello che porterà alla fine del nostro sport preferito o, per lo meno, alla sua totale trasformazione in un qualcosa che, certamente, non potrà più piacerci. È quindi a Mondonico che, penso anche a nome di tanti altri ragazzi, va il mio primo pensiero in questo Venerdì Santo.
Per rimanere in argomento, ho letto l'altro ieri con un sorriso sardonico le dichiarazioni del Capo della Polizia Gabrielli, condensate nel titolo "Ora il rischio è in autostrada". Eh già. Qualcuno lo aveva previsto forse più di un decennio fa, sostenendo che è meglio gestire l'ordine pubblico in un luogo controllato e limitato nello spazio, come è appunto uno stadio di calcio e le sue zone limitrofe, piuttosto che sulle migliaia e migliaia di chilometri delle strade italiane. Per concepire tutto ciò, è però necessario essere più realisti del re: la repressione, da sola, può ridurre a zero un problema quale la violenza calcistica? Traspongo la domanda in un altro ambito: la repressione (pene elevate, arresti e via dicendo), può interrompere lo smercio di sostanze stupefacenti? La risposta è no. La sola repressione può punire, anche in modo grave, un singolo individuo, ma non può eliminare un fenomeno che si perpetua per via del continuo nascere/crescere di altri individui. L'uomo è un individuo sociale, e la stessa Costituzione, all'art. 2, tutela il suo organizzarsi in varie forme e non si può pensare di "eliminare il concetto di curva", perché puoi forse provare a eliminarlo NELLO stadio, ma non FUORI lo stadio.

Quello che accade nelle curve è la creazione (ovvia, trattandosi di squadre contrapposte) di una partigianeria calcistica, che rende quasi automaticamente una determinata tifoseria rivale di altre, in base a parametri che si formano nel corso delle stagioni calcistiche.
Una domanda facile facile per chi frequenta gli stadi: sono maggiormente prevenibili disordini – e lo Stato ci è riuscito la maggior parte delle volte – in una Roma-Napoli "aperta" (come dovrebbe essere e come è in tutti gli Stati europei, Grecia esclusa) oppure studiando tutti i possibili incroci tra tifoserie in treno e in autostrada, tanto da dover cambiare orari e giorni di disputa delle partite? Ma, soprattutto – tenendo in conto che su decine di migliaia di persone qualcuno che vuol menare le mani ci sarà sempre (il realismo del re di cui dicevo), è meglio cercare di prevenirlo in un luogo iper-controllato ed arci-presidiato oppure (non) farlo lungo la sterminata rete autostradale/ferroviaria del Paese, dove le tifoserie possono tranquillamente picchiarsi a piacimento per minuti e minuti, con conseguente pericolosità della cosa, senza che alcun agente possa intervenire? La risposta è intuitiva, ma non la si vuol vedere. La soluzione adottata è stata, con la favoletta delle famiglie allo stadio, quella di rendere difficili o vietare le trasferte e persino le partite in casa (Roma è l'emblema di tale attitudine) di fatto tentando di distruggere un movimento popolare che contribuiva a tener viva la spettacolarità del calcio italiano, per poi sorprendersi delle conseguenze cui si risponderà con il solito, vecchio rimedio tutto italiano che Mondonico non apprezza neanche da lassù: vietando.