Da Neymar al Coronavirus. Sia chiaro, senza offendere nessuno, ma può essere questa la fotografia se si pensa a cosa potrà essere il calcio una volta risolta la pandemia che sta sconvolgendo il mondo, pensando ai non pochi aspetti economici che coinvolgono il mondo pallonaro. Ovvero: se l'acquisto del brasiliano da parte dell'emiro che si può comprare la Torre Eiffel ha voluto dire un'esagerata impennata verso l'alto dei costi di cartellini e stipendi, la tragedia che stiamo vivendo significherà un ridimensionamento dei prezzi per l'acquisto dei giocatori e, pure, stipendi meno faraonici ai calciatori. Lo scenario più che probabile è che si stia andando verso un'obbligata austerity. Su questo aspetto ci siamo confrontati con l'avvocato Dario Canovi, decano dei procuratori sportivi, professione in cui ci si riconosce sempre meno.

Dario, sbagliamo se pensiamo che dopo tutto quello che sta succedendo, per il calcio si arriverà a un ridimensionamento dei numeri economici?
«È scontato. Non potrebbe essere altrimenti. Pagheranno tutti un pedaggio: società, calciatori, federazioni, leghe, televisioni. La conseguenza è che tutto costerà di meno, dai cartellini agli stipendi dei calciatori. Pensare il contrario vuole dire non rendersi conto che stiamo attraversando una crisi mondiale».

Come si potrà provare a ridimensionare i danni?
«Con una unione d'intenti da parte di tutte le componenti in gioco. Mi riferisco a Fifa, Uefa, Leghe, Fifpro, il sindacato mondiale dei calciatori, Aic, quello nostro. Un conto è dirlo però, un altro farlo. Se penso che qui in Italia non ci si riesce a mettere d'accordo nella nostra Lega…».

Quindi sarà impossibile?
«La vedo dura. In questo momento i cani sciolti possono essere molto pericolosi».

A chi ti riferisci?
«Per esempio in Italia mi pare che presidenti come Lotito e De Laurentiis stiano andando per conto loro e questo potrebbe essere un problema, al di là di come ognuno possa pensarla».

Lo scenario, in sostanza, è che cartellini, stipendi, commissioni costeranno di meno.
«Assolutamente sì. E aggiungerei anche le problematiche legate alle televisioni. Questo vuol dire che le società avranno una liquidità minore. Andiamo incontro a un ridimensionamento generale».

Le istituzioni del calcio come dovranno muoversi per cercare di limitare i danni?
«Usando il buon senso. Fifa e Uefa, per esempio, a mio giudizio dovranno in qualche maniera rimodulare le restrizioni legate al fair play finanziario, magari pensando di congelarlo, se non proprio annullarlo, per un anno. In più dovrà essere fatto qualcosa per alimentare l'ingresso di nuovi capitali nel calcio. Sarà importante che possano arrivare nuovi soldi».

Si dovrà lavorare anche sull'aspetto delle commissioni che in questi ultimi anni sono arrivate a numeri enormi.
«È un problema che doveva essere già stato affrontato. Il presidente della Fifa Infantino aveva detto di volerci mettere mano, ma poi non si è fatto niente. Soprattutto perché non viene preso in considerazione un aspetto importante».

Quale?
«Che i soldi pagati per le commissioni escono dal calcio e magari vanno a finire in qualche paradiso fiscale. Il Barcellona i soldi incassati per il cartellino di Neymar li ha reinvestiti nel calcio, quelli delle commissioni escono dal mondo calcistico. E sono tanti soldi. Basti pensare che Mino Raiola per il trasferimento di Pogba al Manchester United ha incassato oltre cinquanta milioni di euro».

Ci sono club che pagheranno un pedaggio maggiore?
«Certo. Le squadre ricche rimarranno ricche, forti della loro storia, del loro fatturato, di un seguito di milioni di persone. Il problema è che di squadre ricche ne rimarranno poche, diciamo una decina nel mondo: Real Madrid, Barcellona, Manchester United, giusto per fare qualche nome. Questi club in più avranno anche il vantaggio che i cartellini dei giocatori costeranno di meno. Per tutte le altre sarà dura far quadrare i conti. Andranno in sofferenza in molti».

Che dovranno fare i club per ridimensionare il problema?
«Mettersi d'accordo per seguire una linea comune. L'Eca presieduta da Andrea Agnelli dovrebbe indicare la strada per trovare un gentleman agreement che tutti dovranno rispettare. Partendo dall'esigenza di dover diminuire gli esborsi economici e di dover azzerare i dubbi contabili che ci sono intorno ad alcune operazioni di mercato».

Pensi che i calciatori si ridurranno i compensi?
«La vedo difficile. Non tanto per quest'anno, quanto per gli stipendi delle prossime stagioni, stipendi che sono garantiti da regolari contratti firmati. Metterli in discussione potrebbe voler dire finire davanti a qualche giudice in un tribunale e con pochissime speranze di avere ragione. Non si pensi, peraltro, soltanto agli stipendi milionari. Ci sono tanti calciatori che guadagnano 150-200mila euro a stagione. Non credo che questi rinunceranno a qualcosa. Chi invece dovrà firmare un nuovo contratto è bene che si metta in testa che i soldi saranno inferiori. Non tutti sono come Thiago Motta».

Che vuoi dire?
«Quando è stato licenziato dal Genoa, al club ha detto di garantire lo stipendio soltanto ai suoi collaboratori, lui ha rinunciato ai suoi emolumenti. Ma quanti Thiago Motta ci sono nel calcio? Nessuno o quasi».

Pensi che i campionati si concluderanno?
«Credo di sì. Ci sono troppi interessi in ballo, se servirà faranno giocare le partite anche in estate. Non giocare per i club vorrebbe dire dover rinunciare a una parte dei diritti televisivi oltretutto già incassati e in molti casi già spesi. C'è il rischio di un attrito con le tv e tutto questo avverrebbe in un momento in cui si sta trattando il rinnovo per il triennio 2021-2024».

Ma non c'è il rischio di andare a comprimere anche la prossima stagione?
«Il rischio c'è. Ma soluzioni alternative non ne vedo. Si tenga presente che il Mondiale del 2022 si giocherà a novembre-dicembre. Questo può voler dire la possibilità di una migliore ristrutturazione del calendario».

Quando tutto questo finirà, a un tuo giocatore dove consiglieresti di andare a giocare?
«In Cina».

In Cina?
«Sì, in Cina. Perché i cinesi sono stati i primi a uscire da questa tragedia e non hanno mai smesso di produrre. Saranno quelli che staranno meglio perché si dovrà comprare da loro».

Perfetto per Suning e l'Inter.
«Suning è un gruppo formidabile, una potenza economica, già è un gruppo solidissimo».

Sarà contento Antonio Conte?
«Conte per natura non sarà mai contento».