Una volta al Tre Fontane Franco Peccenini ha sentito un «urlo come se avessero messo qualcuno sotto con la macchina». Era l'urlo del vento. Era il 19 ottobre 1976, stava palleggiando in allenamento con l'arbitro Lattanzi dopo aver fatto un torello con la squadra. Francesco Rocca si era fatto male il 10 ottobre contro il Cesena, ma il 16 ottobre contro il Lussemburgo non aveva voluto tirarsi indietro con la Nazionale. Forse è stata questa l'unica responsabilità di Rocca: non essersi mai tirato indietro da quando ha iniziato con la Roma.

Quel giorno al Tre Fontane urlò, cadde a terra, tutti videro e capirono immediatamente che qualcosa di eccezionalmente terribile era capitato al suo ginocchio. L'intervento col professor Perugia, che nel 2012 racconterà lo sgomento avuto una volta aperto il ginocchio («Non avevo mai visto nulla di simile né più l'ho rivisto, dissi ad Anzalone che secondo me non avrebbe più giocato»); la relazione consegnata al presidente, la convalescenza, le speranze, il dolore, il rientro proprio a Perugia il 17 aprile 1977, poi ancora dolore, il gonfiore, il consulto in Francia, l'intervento a Lione dal professor Trillat, il recupero, l'ennesimo intervento, la vittoria a Milano contro l'Inter il 29 aprile 1979 e la ricaduta, l'operazione il 9 maggio 1979.

E ancora il 18 dicembre 1980... Lui che era vento! Qualche folata ce l'ha concessa ancora, come quel giorno col Bologna nel 1978 all'Olimpico quando settantamila persone andarono allo stadio solo per lui. Qualche ventata di felicità se l'è presa, come due Coppe Italia che per la Roma avevano il sapore del sigillo di un'epoca, non solo di un libro, dorata. Il vero peccato del gol annullato a Ramon Turone e che quel gol avrebbe fatto Francesco Rocca Campione d'Italia.

Quel giorno a Torino c'era uno striscione: "Lotta con il cuore vinci il tricolore". La sera del 29 agosto 1981 all'Olimpico c'era uno striscione "Lotta con il cuore vinci il tricolore". Come se l'avesse portato lui, d'altronde avrebbe potuto: era il vento. E chi può fermare il vento? Concluderebbe Roberto Stracca indifferentemente sul «Corriere della Sera» o sul giornalino del Commando. Nessuno è la risposta. Nessuno.

Nemmeno il vuoto. Nemmeno il vuoto che ha provato quel giorno che ha comunicato a Brunico in conferenza il suo addio: «Sembra che la testa mi scoppi», iniziò a parlare per smettere. La notte non aveva dormito, non dormirà molto nemmeno in seguito («Fu terribile, non ci riuscivo, la notte mi tormentavo con il rimpianto. Ero spesso sul punto di dire: "Ma che addio, Rocca è più forte di tutto"»): era il 3 agosto 1981, il giorno prima il ginocchio era tornato a gonfiarsi. Il giorno prima era il suo compleanno. Se capisci di smettere il giorno che è tutto iniziato il vuoto è più vuoto. Come quando lo vedi dove è sempre pieno, addirittura in Curva Sud.

Perché quella notte di fine agosto del 1981, poco dopo le nove di sera, quando Francesco Rocca finisce il suo giro di campo sotto la Sud, di fronte a quello striscione, la Curva è vicina come avrebbe voluto qualsiasi romanista: lavori di ristrutturazione avevano imposto la chiusura di alcuni settori, proprio quelli "sotto"; quelli più vicini al campo, a Francesco. Rocca che era uscito dopo 19' come previsto («Non so quanti palloni potrò giocare, ma cercherò di giocarli a modo mio e dimostrare al pubblico che ho smesso solo per rispetto verso di loro, dimostrargli quello che avrei voluto dargli per 90' e che non gli posso dare più») allora alza le braccia, quasi a indicarla, come ad abbracciarla la Sud in quell'attimo in cui lui sta letteralmente facendo la curva della sua vita.

Prende la targa della squadra, la medaglia dei tifosi, la sciarpa da un ragazzo e sparisce nel tunnel. È quel vuoto, quel marmo bianco che mi fa pensare. Quel bianco dove è sempre stato giallorosso quel vuoto dove è sempre stato pieno. Proprio quel giorno. Era come se l'architettura dello stadio, o il caso, o il caos, la vita avessero a suo modo omaggiato Rocca: il giorno del tuo addio, la tua assenza diventa reale, autenticamente profonda, una ferita da sottolineare.

Come a dire: ci si può strappare davvero l'anima e farla vedere. Mentre sopra tutto il Commando cantava «Lode a te, Francesco Rocca!». Quel bianco... Come un pudore, come qualcosa da salvaguardare assolutamente e insieme qualcosa da scrivere, da compiere ancora, non solo un doveroso magico silente estremo omaggio, ma un invito... Amor che vince il tempo e resta intatto... Sotto quello spicchio vuoto c'era quello striscione "Lotta con il cuore vinci il tricolore", quando il 15 maggio 1983 Roma festeggerà dopo il suo tricolore vinto col cuore sotto quella Curva, accompagnato da Gilberto Viti, ci sarà nuovamente Francesco Rocca. Non c'era più stato. C'è in quel momento. C'è. 

Non può essere mai un caso che quel giorno atteso da generazioni di tifosi (quante vite ci stanno dentro quarantuno anni?) in Curva tornava lo striscione Commando Ultrà Curva Sud. Il tricolore, Rocca, il Commando Ultrà: tutti insieme senza darsi nessun appuntamento.

Non è un caso ma la volontà di un campione e di un uomo romanista che il 30 maggio 1984 chiamato da Antonio Bongi – uno dei fondatori del Cucs – scavalca e va in Curva Sud non a vedere la finale di Coppa dei Campioni Roma-Liverpool, ma a tifare la Roma nella finale della Coppa dei Campioni contro il Liverpool. Sul muretto. In piedi. Col megafono. A lanciare i cori, a spronare i ragazzi, per la Roma. Per la Roma. Per la Roma. Francesco Rocca era in Curva Sud con gli ultrà nella notte più profonda della nostra vita.

Francesco Rocca la più grande promessa del calcio, il campione rimpianto. Il ragazzo che a vent'anni s'era preso già tutto e che a ventisette ha dovuto ritirarsi, il nostro rimpianto, la nostra assenza, il nostro infortunio, quella notte ha guidato la Roma nella partita più importante della sua storia, nella maniera più romanista possibile. Non si è mai ritirato Francesco Rocca.

Io credo che quando vinceremo la cosa più grande dovremmo fermarci e fare scendere una volta ancora in campo Francesco Rocca per fargliela alzare. Glielo dobbiamo per quanto ha sofferto, per come si è comportato, per quanto ci ha provato, per come ha onorato la Roma in campo, in allenamento e ancora oggi, ingoiando rabbie e parole che qualsiasi essere umano farebbe difficoltà a non urlare.

Il giorno dell'Hall of Fame, quando è stato chiamato per il giro di campo, lo speaker ha detto che ritornava all'Olimpico dopo trentuno anni, in pochi lo sapevano, ancora in pochi lo sanno, che invece Francesco Rocca stava in Curva Sud quella notte.

Quel giorno è entrato, ha guardato solo la Sud, ha applaudito con le braccia sopra la testa, poi si è raccolto in una smorfia di commozione, ha stretto la mano destra in un pugno e se l'è stretta al cuore guardandola. Credo significhi ti amo

(Tratto da "Figli di Roma, capitani e bandiere" di Tonino Cagnucci, Newton Compton editori).