Roma-Cremonese dalla Tribuna Tevere: il momento è adesso
Un viaggio allo stadio guardando i risultati delle altre. Poi le difficoltà iniziali («È dura trovare spazi...»), fino al successo e al godersi la classifica
(GETTY IMAGES)
Quando, verso le sette e mezza, passavo a prendere, in Vespa, sotto casa, un mio fraterno amico (uno di quelli, per intenderci, in cui non sai se sia maggiore la stima o l’affetto) che conosco dai tempi in cui una delle domande più frequenti era «ma voi a casa ce l’avete la televisione a colori o state ancora con quella in bianco e nero?», e che, con nome di fantasia, chiamerò “Romano”, la prima cosa che ci siamo detti, a mezza bocca, a bassa voce, quasi con la paura di compromettere tutto, è stata «… zitto … zitto … il Milan pareggia…».
«Si fanno sotto...»
Perché, dopo che il Como e l’Atalanta («Che si stanno facendo sotto, ma sono comunque sempre dietro») avevano reso ancora più interessante questo Roma – Cremonese, alla giornata perfetta mancava soltanto il Parma. E lì, in quel momento, mentre eravamo ancora intenti - noi, che in due sommiamo circa 130 anni e (almeno) 185 chili (e qui, per colpa soprattutto mia) – ad armeggiare con caschi e pedaline della Vespa, in attesa del momento davvero più complicato («Aspetta, che pè salì devo capì che gamba alzare per prima, altrimenti me strappo tutto da fermo»), iniziavamo a fare calcoli sulla classifica. E quel Milan, in caso di nostra vittoria, a cinque punti ci avrebbe fatto piacere, e nemmeno poco. Arrivavamo, quindi, allo Stadio non senza qualche attimo di tensione, dettato dall’avere imprudentemente optato per percorrere, in Vespa, 185 chili (almeno) e circa 130 anni, la discesa del Don Orione. Discesa, lo ricordo ai più, che, fino alla scelta di Bormio, era probabilmente stata presa in forte considerazione dagli organizzatori di Milano - Cortina.
«Tanto lo so»
Giunti, finalmente, a valle sani e salvi, una volta parcheggiato, invece di farci carico di guardare subito il risultato di San Siro («Aspettiamo, tanto lo so che il Milan alla fine avrà vinto. Ma adesso godiamoci ancora questa sensazione che stia pareggiando») ci incamminavamo, con prudenza, va detto, nell’ulteriore discesa che porta, dall’Olimpica, su Viale dei Gladiatori. Stavo, difatti, per tradire, per una sera, il mio seggiolino in Tevere, per andare a vedermi la partita in Monte Mario. Ed era in quel mentre che un altro mio fraterno amico (che, con nome di fantasia, chiamerò “Carlo”), in fila ai tornelli della Tevere, conoscendo il mio interesse per gli argomenti trattati, di volta in volta, in quella meravigliosa Agorà, mi riferiva di un dibattito avente ad oggetto Tribunali Amministrativi, Consiglio di Stato, Ordinanze, Province del Lazio, Comuni del Lazio, financo Condomini del Lazio. E qui va aperta una parentesi. Noi, per questo Roma-Cremonese, allo Stadio eravamo in cinquantanovemila. Accanto a me, al momento dell’annuncio delle presenze, mi arrivava un «oggi siamo pochi». In qualunque altro Stadio (Oddio, per correttezza, va detto: a settimane alterne anche nel nostro …) quell’”oggi siamo pochi”, a fronte di circa sessantamila presenze, sarebbe suonato come una battuta. Ma da noi, no. È vero, eravamo un po’ di meno. Ed in molti l’hanno notato. Perché ormai, come mi disse una volta un competente amico, «la Roma è come una squadra di Premier League: i tifosi vanno al campo, tutti, sempre, ogni volta che gioca, a prescindere dalla partita». E, quindi, la circostanza che ci vengo impedito, a noi che la Roma l’amiamo, di poterla seguire in trasferta, ed al di là delle ragioni giuridiche per cui ciò avviene, estranee a questo mio commento, viene vissuto come un impedimento difficile da fare nostro.
«Sempre di più»
Perché io, la Roma, vorrei avere la possibilità di vederla tutte le settimane, e «non una volta ogni quindici giorni. Perché due volte al mese, per me, sò poche». A quel punto, però, era il momento di prendere posto, davvero a ridosso del campo. E lì mi rendevo conto di due cose: la prima, che il Milan non aveva pareggiato ma aveva perso («Sì, ha perso. Giuro, ha perso»; «Dimmi che è vero: su certe cose non si scherza»); la seconda, che molta di quella quantità di persone che, per ragioni di lavoro, si assiepa intorno al terreno di gioco, tifa Roma. E tifa talmente tanto Roma che, mentre sposta, scatta foto, alza cavi, riprende, canta l’inno, tra sé e sé, insieme a tutti noi. E questo dà la misura di come la Roma, quando giochi, occupi la mente non soltanto di chi stia allo Stadio o davanti a Dazn o ascoltando Radio Romanista. No, non occupa solo la mente di tutti loro. Occupa le menti di tutti quelli hanno nel cuore la Roma, dovunque siano e qualunque cosa stiano facendo, perché ne sono parte. Chiusa questa più che necessaria parentesi, l’attenzione va prestata a ciò che accadeva. E quello che accadeva è che, ovviamente, noi stavamo nella metà campo della Cremonese e la Cremonese se ne guardava bene dall’uscire dalla sua metà campo («Trovare oggi gli spazi è ancora più difficile»). Era un attimo, quindi, che, trascorsa quasi mezzora in cui non avevamo fatto molto, il pensiero andasse agli assenti («Senza Dybala e Soulè, diventa difficile anche per Malen»). E non bastava la traversa di Mancini e la meraviglia della forbice di Pellegrini per alzare l’umore.
L’ansia cresceva...
Nell’intervallo l’ansia si faceva sentire, perché «ne ho viste troppe di queste partite con le piccole che non le sblocchi mai». Ma Gasperini pensava bene di modificare sé stesso, e di giocare con la difesa a quattro (la migliore: «Secondo me gliel’ha ordinato la moglie, altrimenti non l’avrebbe mai fatto…»), avanzando Cristante, mettendo El Aynaoui e Venturino. E, da lì, cambiava tutto, perché «Malen adesso è meno solo», «Venturino non ha paura di saltare l’uomo e provare la giocata», «Cristante quel gol ormai lo fa ha occhi chiusi».
Finalmente
Finalmente si metteva in discesa, e scoprivamo che quella nidiata di giovani, che fino a ieri erano buoni per la finale Primavera (cit.), oggi sono buonissimi per questo campionato ed anche per quelli a venire. Uscivamo, quindi, con la faccia buttata dentro la classifica e con la testa già a domenica prossima. Perché, se un momento doveva arrivare, è adesso. E sarebbe un peccato farselo scappare, come mi ricordava saggiamente Romano, mentre, infilandosi il casco in testa e consigliandomi la strada da fare, mi diceva: «Aspè, mò parlamo. Dammi un attimo soltanto per capire bene con quale gamba provare a salire». Che c’ha ragione lui: la prossima volta forse è meglio che veniamo in macchina. Che magari la Roma vince uguale. E noi continueremo a sentire a parlare dell’ileopsoas solo nei collegamenti da Trigoria.
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