Avete presente la locandina di 300? C'è un soldato, o un re, visibilmente adirato che urla a squarciagola e chiama i suoi a combattere. Oppure che esulta come un pazzo. Ma chiudendo un attimo gli occhi, sarà per quel po' di barbetta incolta rossastra, o forse perché quell'espressione così l'abbiamo già vista su qualche campo di calcio, da quella spada impugnata con la destra e da quello scudo rotondo nella mano sinistra si staglia la sagoma di Kevin Strootman. Un condottiero, come il Leonida di Gerard Butler nel film, appunto.

Assenti gli altri graduati, in ordine di arrivo De Rossi e Florenzi, che partiranno dalla panchina, e Nainggolan, non convocato, oggi l'olandese indosserà la fascia da capitano: il quarto della rosa. Un piazzamento più che decoroso in questa Roma qui, con due romani e un romano belga. Una Roma di grandi giocatori, leader, senior, chiamateli come vi pare. Quelli che alzano la voce in uno spogliatoio, se c'è bisogno, o che anche stando in silenzio con il loro esempio, o con uno sguardo, sanno parlare ai "pischelli" o ai nuovi arrivati. Allora Strootman è in buona compagnia, lui che ha rinnovato il contratto in estate e si è legato ulteriormente, come se ce ne fosse bisogno, alla squadra.

In fondo, a questo spartano olandese, il ruolo di condottiero riesce un po' da sempre, perché capitano lo è sempre stato. Dai tempi del Psv Eindhoven, dell'Under 21 olandese, ma, soprattutto, della nazionale maggiore del suo paese fin da giovanissimo. «Esempio in campo e fuori», ha detto di lui Van Gaal. Nella Roma è entrato in campo da capitano in gare ufficiali una sola volta, nella passata stagione, il 20 agosto 2016. Era la prima giornata di campionato. Zitti, quattro e a casa ai bianconeri, cioè 4-0 all'Udinese. «Fare il capitano della Roma è speciale - disse Kevin il guerriero - è chiaro chi sono i tre capitani qui, è l'unico club al mondo dove si sa già». Sei unica.

Eppure la sua immagine con la fascia della Roma ce l'abbiamo e risale all'era Garcia (poi Spalletti diede continuità a Radja, invece), che fece prendere i gradi alla "lavatrice" in assenza di Totti e De Rossi. Per il suo carisma. D'altra parte si era visto subito di che pasta fosse: qualcuno avrà memoria di quando aveva appena avuto la benedizione di Aldair a ereditare la "sua" maglia, la sei, ed esordì all'Olimpico contro il Verona, 3-0 alla seconda giornata (aveva saltato Livorno-Roma per una distorsione alla caviglia rimediata a Terni in amichevole). Sembrava un direttore d'orchestra. Era come se fosse sempre stato lì, ancora parlava un'altra lingua ma già sapeva amare, sapeva dirigere il traffico e la musica in mezzo al campo del linguaggio universale del football. Oggi si ritroverà davanti Cataldi, quello che «Cataldi-Strootman pari». Ah, no. Ma stavolta giocheranno contro, dopo l'episodio del 4 dicembre 2016, quello dell'acqua in faccia per festeggiare il suo primo gol in un derby, che procurò la reazione dell'ex laziale e finì con un rosso, di rabbia, dalla panchina.