Tre Kappa e un Asso per sbancare Cagliari. Dove la Roma non ha disputato la partita perfetta, ma ha fatto capire che nemmeno bluffava negli ultimi giorni, quando ha cominciato a inanellare finalmente una serie di risultati positivi che la stanno conducendo fuori dal periodo di crisi nera di inizio anno. Il tris messo sul tavolo in Sardegna e firmato da Kalinic (due volte) e Kluivert probabilmente non avrebbe avuto la resa che meritava senza l'Asso che lo ha esaltato, Henrikh Mkhitaryan.

Non soltanto per quell'impercettibile deviazione finale sulla velenosa punizione dell'altra Kappa che sa essere spada (Kolarov), quanto per una prestazione maiuscola. L'ennesima, da quando le noie fisiche lo hanno abbandonato. Tanto per rendere l'idea, nelle ultime cinque partite in cui è stato schierato titolare, Micki ha messo la firma diretta su sei gol romanisti, equamente divisi fra reti direttamente segnate da lui e assist decisivi serviti ai compagni. Non è un caso che il periodo coincida con il ritorno a quei risultati da troppo tempo latitanti.

E l'Asso che impreziosisce il mazzo di Fonseca (anche per diretta ammissione del tecnico, che ne esalta le doti dentro e fuori dal campo) parla armeno. E inglese, e un sorprendente italiano, e un'altra quantità indefinita di lingue, tale da poter sfidare il bravissimo interprete di Trigoria Claudio Bisceglia. Allo youtuber Yevgeny Savin, che lo ha interpellato per una lunga video-intervista, si è concesso in russo, riuscendo a raccontare tutte le tappe salienti di una carriera che dall'Armenia lo ha portato nei quattro angoli d'Europa, fino a Roma.

Dove rivela di non subire la pressione, o che quantomeno non costituisce un problema per lui, approdato in giallorosso proprio sul gong del mercato estivo. «Il primo settembre - spiega Micki - due ore dopo il match giocato con l'Arsenal (contro il Tottenham, ndr), Mino Raiola mi ha detto che avrei dovuto prendere il primo volo per Roma. È successo tutto molto in fretta. Mi ero ripromesso di far cambiare le cose in questa stagione. Quando hai 30 anni non hai più tempo da perdere e hai bisogno di andare avanti per continuare a divertirti. I nostri obiettivi erano entrare fra le prime quattro, andare in finale di Coppa Italia e proseguire il più possibile nel cammino europeo. La gente qui vive di calcio ed è molto bello. La pressione non è un problema per me: non per la mia età, ma perché ho giocato in club come Manchester United e Arsenal».

E proprio quando faceva parte dei Red Devils, ha avuto un rapporto complesso col suo allenatore del'epoca: «Una volta Mourinho mi ha visto a colazione e mi ha detto: "Per colpa tua la stampa mi critica". Io gli risposi: "Davvero mister? Non lo faccio certo di proposito". Ci sono state divergenze e conflitti, ma non hanno avuto un forte impatto sul buon lavoro e i tre trofei vinti. Ho pensato: "Non ho altro da aggiungere al Manchester. Lavoro, presso, aiuto la squadra, segno e qualcuno è anche insoddisfatto". Volevo giocare a calcio, non perdere tempo. Sapevo che l'Arsenal era interessato a me. Passare con loro è stato coronare il sogno che avevo da bambino».

Ma non sempre ha avuto rapporti burrascosi con gli allenatori. Ce n'è uno a cui è ancora grato: «Prima di parlare con Klopp, mi ha abbracciato e detto: "Non ti lascerò andare fino a quando non firmerai il contratto". È un amico. come un padre o un fratello per me». E proprio la scomparsa del padre naturale ha costretto Henrikh a crescere in fretta, come uomo e calciatore: «È stato difficile. Non capivo dove fosse. Quando sei piccolo pensi solo a divertirti, forse la perdita di mio padre mi ha spinto a prendere molto più seriamente il calcio. Ho guadagnato i miei primi 20 dollari quando avevo 15 anni. Poi sono diventati 40, 80, 120 etc. Non mi sono mai lamentato. Lavoravo, lavoro e mi diverto».