Gand dista cinquanta chilometri da Bruges. Capoluoghi rispettivamente delle Fiandre orientali e occidentali, discretamente rivali fra loro, entrambe città gradevolissime agli occhi, entrambe lontane poco più di millecinquecento chilometri dalla Capitale d'Italia. Entrambe colorate dal giallorosso di milletrecento sostenitori romanisti. Tanti sono stati nel febbraio 2006, tanti saranno domani.

Quattordici anni esatti dopo la sfida coi nerazzurri di Belgio, la storia si ripete. A voler essere precisi si tratta di un bis della ripetizione, perché con le squadre di tutte e due le città la Roma aveva già precedenti: con il Club Brugge negli ottavi di finale della Coppa Uefa 1975-76 (dall'esito negativo), un trentennio d'anticipo rispetto alla sfida della prima era Spalletti. Mentre gli avversari di domani sono già stati affrontati nei preliminari dell'Europa League di dieci anni fa e liquidati con dieci gol fra andata e ritorno. In mezzo ci sono stati confronti con il glorioso Anderlecht, nella splendida cavalcata del 1990-91 come in Champions nel decennio successivo. Ancora nella competizione più prestigiosa con il Genk. E anni prima con l'Aalst, partita passata alla storia per il primo gol europeo di Totti.

Ma la sfida che resta nell'immaginario collettivo del tifo è quella dei sedicesimi del torneo nell'edizione 2005-2006. Da Roma arrivano un migliaio di persone vogliose di festeggiare San Valentino al fianco del proprio amore (si gioca il 15 febbraio), il resto si aggrega dal Nord Italia e dai club sparsi per l'Europa centrale, primi fra tutti quelli di stanza in Belgio. Alle indiscutibili bellezze del posto non corrisponde ospitalità nella zona dello stadio. Qualche sparuto gruppo di sostenitori locali cerca il contatto con i romanisti non organizzati, per lo più senza successo. Il settore riservato agli ospiti si riempie presto e trabocca entusiasmo. La squadra è priva del suo Capitano, che già ha suonato l'allarme in vista dei Mondiali, denunciando il trattamento riservato da avversari senza scrupoli e mostrando le caviglie martoriate.

Non servirà a fermare Vanigli qualche giorno dopo, serve alla squadra a caricarsi senza il suo uomo-simbolo; anzi, senza entrambi, perché già nel primo tempo l'arbitro russo espelle De Rossi. Sembra tutto in salita, ma quello è il gruppo che ha già inanellato nove delle undici vittorie consecutive e non teme nessuno, soprattutto con quei sostenitori alle spalle. Il tifo è incessante e non si scompone anche quando dalla Curva opposta si cita addirittura il De bello Gallico di Cesare: il loro striscione recita «Omnium fortissimi sunt Belgae», i belgi sono i più duri di tutti, slogan puntualmente smentito dalla gara, che la Roma conduce anche in dieci uomini. Dagli altoparlanti viene sparata a tutto volume «Seven nation army» dei White Stripes, che puntualmente la Sud in trasferta riprende e trasforma in coro, in una versione ben diversa dall'edulcorato «Po-po-po» degli italiani al Mondiale tedesco e molto centrata sul derby che si avvicina.

Nella ripresa Perrotta firma il 2-1 finale nel tripudio romanista: i cori si susseguono a decibel altissimi anche a match finito, tanto da indurre i giocatori di casa ad applaudire anche i romanisti, dopo i saluti di rito ai propri supporter. È un trionfo da ogni punto di vista per il migliaio abbondante di tifosi giallorossi. Numero simile a quello che riempirà Gand domani. Sì, riempirà. Ben oltre le mere cifre. Come nel 2006. Come ogni volta. In Belgio e ovunque si porta il giallo e il rosso.