Forse si dovrebbe partire dalle probabili formazioni. Di quella della Roma parliamo a parte, ma se buttiamo un occhio a quella dell'Atalanta, ci accorgiamo che in questa specie di finale per il quato posto che è diventata la sfida di questa sera alle 20,45 al Gewiss Stadium (ex Brumana, ex Atleti Azzurri d'Italia, quando non si monetizzavano i nomi degli stadi), ci sono giocatori che con Gasperini sono diventati quasi dei top-player (basti pensare ai picchi di rendimento raggiunti da Gomez, Ilicic, Gosens, Zapata, Gollini) e in panchina ce ne sono altri che probabilmente sarebbero titolari oggi per Fonseca: gente come Pasalic, Hateboer, Muriel, Malinovskiy.

È forse un segno dei tempi, o magari delle aspettative calcolate sui fatturati che si creano ormai nelle società di calcio. Perché in maglia nerazzurra scenderanno in campo giocatori che sommano un terzo del monte ingaggi di quelli con la maglia bianca, eppure oggi in classifica stanno davanti (e furono davanti anche alla fine dello scorso campionato). Vero pure che con la storia dei top-player bisogna andarci piano: lì lo sembrano tutti, poi fuori dal contesto gasperiniano tornano umani. Si potrebbero fare gli esempi anche solo di quelli che sono arrivati qui, da Cristante, che oggi non ci sarà per squalifica, a Mancini, che era partito benissimo e adesso sembra essere nel suo momento peggiore, tanto che sarà riciclato a centrocampo, passando per Spinazzola, ancora un oggetto misterioso, e finendo a Ibanez, l'ultimo arrivato, e Zappacosta, che in pratica con la Roma non ci ha mai giocato e chissà se avrà l'opportunità di farlo. Di là invece c'è Toloi, che qui era stato scaricato col solito marchio d'infamia («è un incapace«) e lì invece è ormai titolare insostituibile e già da anni.

Ma più che preoccuparsi dell'Atalanta o per la bacchetta magica di Gasperini - che trasforma i rospi in principi - la Roma è alla ricerca di se stessa e anche questo purtroppo ci ritroviamo a pensarlo come un verso di speranza riprodotto da un disco rotto. C'è solo un'altra partita recente al cui approccio i tifosi della Roma hanno pensato quel che stanno pensando adesso, «Firmerei per un pareggio». Era il derby. Anche quel giorno la Roma sembrava spenta e spaurita, la Lazio il rullo compressore capace di vincerne undici di fila. Eppure in campo ci fu solo una squadra che per colpe sue, e precise responsabilità arbitrali, non riuscì a conquistare i tre punti, e fu quella di Fonseca. Dunque ritrovar se stessi, come accadde il 26 gennaio, è di per sé garanzia di buona prestazione.

In casa sua poi l'Atalanta fa un po' meno paura. È vero che in assoluto è la squadra che segna di più (61 gol, la Roma 42, media 2,65 a partita, la Roma 1,83), tira di più (208 conclusioni nello specchio della porta, la Roma 158), domina gli avversari se passa in vantaggio (già cinque goleade con almeno quattro reti realizzate, tra cui un 7-1 e un 7-0), ma in casa ha lasciato già 16 dei 33 punti a disposizione (due pareggi e quattro sconfitte) e nella relativa classifica è appena al settimo posto.

Fuori casa è invece seconda solo all'Inter. Mercoledì poi sono attesi dallo storico ottavo di finale di Champions contro il Valencia di Florenzi e forse qualche energia andrà anche all'appuntamento europeo. Fonseca ha avuto invece tutto il tempo per pensare a questa partita, a come affrontarla dal punto di vista tattico, e l'ultimo dei suoi pensieri al momento investe il Gent, atteso giovedì all'Olimpico per l'andata dei sedicesimi di Europa League. C'è da tener presente anche la tradizione, che pure ha un suo peso. L'ultima brutta figura qui la fece addirittura Luis Enrique, 4-1 nel giorno della "punizione" a De Rossi, poi da quel giorno solo un'altra volta la Roma fu sconfitta, nel 2016, 2-1 in rimonta con rigore al 90' segnato da Kessie. Ma è vero pure che in assoluto negli ultimi dieci incroci la Roma ha vinto solo una volta con Kolarov su punizione. È ora di tornare a farlo.