La brutta addormentata nel campo. Tanto brutta da non sembrare vera. Eppure gli ultimi quaranta giorni della Roma sono verissimi. E amari come il peggiore degli incubi, da cui non ci si riesce a svegliare. La comparazione delle classifiche lo testimonia. Non solo fra la stagione in corso e quella passata, impietosa ma con un senso relativo dopo i cambi tecnici e dirigenziali. Ma anche e soprattutto quella fra la diciassettesima giornata e la ventiduesima. Sono passate soltanto sei giornate, ma sembra una vita. Grama.

La Roma a pochi passi dalla vetta materialmente - a un niente virtualmente, con la partita ancora da recuperare - è evaporata. Non esiste più. Una squadra tosta, quadrata, capace di non prendere gol, e ancora di più di non subire tiri in porta per diverse partite, condotte in porto senza la minima sofferenza. Un gruppo in grado di lottare per il vertice del campionato e simultaneamente di vincere il più difficile fra i gironi della Champions. Che però subito dopo la grande impresa si è liquefatta. Senza un motivo apparente. E nelle ultime sette partite è "riuscita" a racimolare tre pareggi.

Le ragioni della crisi sono così profonde da risultare molteplici. Non siamo di fronte a un calo di qualche giocatore in particolare, ma di un intero gruppo. I grandi protagonisti dei primi mesi, Kolarov, Dzeko, Fazio e Nainggolan su tutti, in palese involuzione. Gli altri protagonisti ancora in cerca d'autore. I capisaldi delle scorse annate in confusione. Con il solo Alisson sugli scudi, sintomo peraltro di una difesa che da granitica si è tramutata quantomeno in "allegra". Molti indicano le radici del momento nero nella gara con il Genoa e nell'insensato gesto di De Rossi, che costa alla Roma un uomo chiave e una vittoria fondamentale. Ma il vero e proprio inizio della fine è da rintracciare nella prima partita della serie negativa, quella contro il Torino in Coppa Italia, che segna l'inopinata eliminazione dei giallorossi dal torneo. La certezza di un turnover fino a quel giorno (20 dicembre scorso) perfettamente funzionante, sgretolata al cospetto del primo obiettivo stagionale sfumato. Non solo: il day after le dichiarazioni del vicecapitano Florenzi danno la misura di una mentalità ancora tutta da costruire: «Siamo delusi dall'eliminazione, ma non dobbiamo farne un dramma». Mentre dramma sportivo di fatto è - per una squadra che non alza un trofeo da anni - uscire al primo turno della competizione con maggiori possibilità di vittoria finale.

Tre giorni dopo si va in trasferta, contro l'altra torinese, in una sfida che da sempre per i romanisti rappresenta molto di più di una semplice partita. Si fa visita ai rivali di sempre per tentare l'aggancio e proporsi come effettivi candidati al titolo. Il quotidiano sportivo locale spara in prima pagina la foto di tre ex giallorossi ora in casa Fiat, definendoli vincenti in bianconero e perdenti nella Capitale. Una provocazione che meriterebbe una risposta di carattere. Eppure per settanta minuti la Roma sembra intimorita, smarrita, lontana parente della squadra che solo poche settimane prima ha maramaldeggiato sul Chelsea. Si sveglia sul finale di partita, tardi per rimettere in sesto risultato e aspettative. Queste ultime tranciate di netto da un'ulteriore dichiarazione poco conciliante con alte ambizioni. La spia è accesa da Nainggolan: «Perdere qui non è un dramma, c'è tempo per recuperare». Un'altra sdrammatizzazione, che decontestualizzata non sarebbe neanche un male. Ma subito dopo il match spartiacque della stagione, sa tanto di beffa unita al danno.

Ci sarebbe tempo per recuperare, ma i giallorossi si fanno fermare in casa da un Sassuolo fino a quel momento allo sbando, alla vigilia di Capodanno. Nella notte successiva i festeggiamenti del Ninja un bel po' sopra le righe sono messi in piazza dallo stesso giocatore, che si fa riprendere in un video e lo pubblica sui social. L'anno nuovo non inizia sotto una buona stella e la bufera è inevitabile. Così come il provvedimento disciplinare ai danni del belga, estromesso dai convocati per la gara dell'Epifania contro l'Atalanta. Che la Roma perde in malo modo, chiudendo le festività natalizie come le aveva cominciate: all'insegna dell'involuzione. Ancora una dichiarazione sintomatica accompagna il momento. Tocca a Strootman: «Dopo la Champions abbiamo mollato». Il motivo è ancora sconosciuto.

Il calendario del campionato difficilmente viene incontro alle esigenze tifose. Questa volta la sosta invernale differita di qualche settimana rispetto al solito acuisce le distanze con la squadra. I giocatori partono verso le mete esotiche scelte per trascorrere le rispettive vacanze. Legittimamente. Ma la tempistica non appare delle più opportune, subito dopo il recente fallimento di ogni obiettivo stagionale con diversi mesi di anticipo. Al ritorno dalle ferie i propositi sono di rivalsa. Col senno di poi resteranno sulla carta. Eppure nelle prime due trasferte, a Milano e Genova, si intravede un timido spiraglio che sembra invertire la tendenza. Se non dal punto di vista dei risultati, quantomeno da quello della voglia di ribaltare la negatività. A Marassi per la prima volta la Roma coglie un risultato in rimonta, peraltro dopo una serie di episodi arbitrali controversi. La vittoria ancora latita, ma sembra un segnale. Non lo è. Come testimonia il replay con la Samp e una crisi ormai certificata dai fatti.