Domani la Coppa Italia, Roma-Parma. Anzi no, Parma-Roma. Perché un regolamento estremamente razionale basato sul sorteggio, i bioritmi e il teorema di Pitagora aveva a suo tempo deciso che Inter, Napoli, Juventus, Lazio e Milan si sarebbero giocate il passaggio ai quarti, gara secca, in casa. La squadra della Capitale, invece, in trasferta. Bene, no?!? Fortuna, almeno, che qualcuno abbia avuto la lungimiranza di fissare il calcio d'inizio alle 21.15 così da farci risparmiare, almeno, la calura tutta emiliana di questo torrido gennaio. Con il freschetto, al riparo dalle zanzare e nel cuore la speranza di arrivare ai supplementari per il brindisi della mezzanotte. Ottima scelta davvero. Chi, di scelte, non ne avrà troppe a disposizione sarà invece mister Fonseca che, tra infortuni e squalifiche, dovrà fare, per l'ennesima volta, di necessità virtù. Ma visto che di virtù questo tecnico ne ha tante chissà che non sia capace, ancora una volta, di stupire tutti con un'altra mossa stil Gianluca Mancini a centrocampo. Quel che è certo è che noi tifosi a questa competizione, da sempre, teniamo.

E molto. Perché agli albori degli Anni 80 proprio le vittorie in Coppa Italia, due stagioni di seguito, fecero capire ai nostri papà che la storia stava cambiando e che la Roma era diventata grande. Grande come la risposta del pubblico appena sette giorni dopo la finale di Coppa dei Campioni persa contro il Liverpool nel 1984: sette giugno, quarti di finale di Coppa Italia contro il Milan. Ero un bambino e ricordo ancora un Olimpico così pieno che per vedere la partita mio padre fu costretto a tenermi in piedi per tutti i 90'. Poi la vincemmo quella Coppa…a dimostrazione che questa squadra non morirà mai e che avrà sempre la forza di rialzarsi e tornare a correre.

Come la mente che mi riporta, di colpo, al 1986 quando, con già molti giocatori impegnati nel ritiro della nazionale per il Mondiale del Messico, ci appuntammo un'altra coccarda sulla maglia battendo la Sampdoria in una finale di ritorno indimenticabile. Gregori, Desideri, Lucci, Di Carlo, Impallomeni e Sandro Tovalieri…tutti insieme per una squadra giovane, spavalda ed espressione di una città in cui la Roma si respira dappertutto. Proprio come l'amore tra Toninho Cerezo e i romanisti: quella serata, con la colonna sonora di un'indimenticabile radiocronaca di Alberto Mandolesi, si potrebbe rappresentare al meglio con l'abbraccio di tutti i compagni al brasiliano dopo che, di testa, aveva appena segnato il suo gol d'addio. Quelle lacrime, unite a quelle di tutti i tifosi sugli spalti, rappresentano la parte migliore di questo sport, la poesia che lo tiene in vita.

Perché la sapete una cosa? Sono proprio i momenti che andremo a ricordare per sempre la linfa vitale del calcio. Siamo noi, a proposito di Coppa Italia, con il fiato sospeso mentre Claudio Paul Caniggia corre come il vento verso Cudicini in una semifinale storica del 1993 contro il Milan, siamo noi che esplodiamo di gioia perché Giovanni Cervone para un rigore, ingiusto e perverso, a Papin nel ritorno e ci porta in finale contro il Torino. Noi che nonostante un sonoro 3-0 nella gara d'andata riempiamo l'Olimpico contro i granata in una finale di ritorno che, forse, rappresenta al meglio il tormento e l'esaltazione, il buio e il fuoco d'artificio, lo sconforto e la rinascita di una tifoseria che vive in simbiosi con una squadra attraverso un amore che non ha pretesa se non quella, prioritaria, di vedere i suoi protagonisti gettare il proprio cuore oltre l'ostacolo.
La perdemmo quella Coppa. Ma mai come quella notte un intero popolo si sentì fiero dei suoi protagonisti. Per questo domani sera, nonostante millecinquecentosessantesei difficoltà differenti, la Roma dovrà superarsi e cancellare, per sempre, il modo indecoroso in cui, lo scorso anno, abbandonò questa coppa a Firenze. Perché «Non saper rimediare ad una sconfitta è peggiore della sconfitta stessa».