La madre di tutte le sfide: Roma-Juve è diventata, nel corso degli anni, il simbolo della rivalità calcistica tra due scuole di pensiero opposte. Partite ostiche, a volte decisamente dure, tra polemiche, sfottò e entrate a gamba tesa. Ma anche in un contesto del genere, c'è stato chi, pur da avversario, è riuscito a guadagnarsi il rispetto della tifoseria avversaria: è il caso di Gaetano Scirea, 552 presenze tra il 1974 e il 1988, capitano e leggenda immortale dell'odiata (calcisticamente parlando) Vecchia Signora. Un campione in campo e fuori, venuto a mancare troppo presto, e capace di andare al di là dei colori. Lo abbiamo ricordato con sua moglie Mariella che, parlando di lui, cita subito Agostino: «Di Bartolomei e Gaetano sono stati delle bandiere e dei punti di riferimento, prima ancora che dei calciatori. Rappresentavano la maglia che indossavano, ma in realtà erano e restano di tutti».

Mariella Cavanna, vedova Scirea, non riesce a non commuoversi ricordando suo marito Gaetano, venuto a mancare il 3 settembre 1989 e protagonista, negli Anni 80, dell'infinita sfida tra Roma e Juve. «Era un po' la sua partita, perché all'epoca erano due squadre fortissime, sempre in lotta per il vertice: una sfida entusiasmante, che gli permetteva anche di rivedere tanti amici. Penso a Bruno Conti, con il quale condivise anche la Nazionale e la vittoria nel Mondiale 1982, e a Roberto Pruzzo: noi andavamo spesso in vacanza in Liguria e in più di qualche occasione ci siamo incontrati».

E Di Bartolomei?
«È nel mio cuore. Anni fa ho avuto modo di conoscere telefonicamente sua moglie Marisa: mi sento unita a lei nell'aver dovuto sopportare un grande dolore, e soprattutto nella necessità di conservare il ricordo di questi due uomini nella mente dei figli».
Erano i rispettivi simboli di due squadre, in un calcio molto diverso da quello attuale.
«Sicuramente erano delle bandiere, che adesso si trovano sempre meno. Ci sono stati i Totti, i Maldini, i Del Piero, ma in generale mi sembra che vengano un po' a mancare i punti di riferimento».

C'è mai stata la possibilità che Gaetano lasciasse la Juventus?
«Non ci ha mai pensato, tant'è vero che smise di giocare proprio per non lasciare il bianconero. Lo stesso Viola fece di tutto per portarlo a Roma, ma lui voleva soltanto la Juventus. E lo ha dimostrato dando la vita per la sua squadra, considerando che l'incidente avvenne di ritorno dalla Polonia, dove era andato a visionare il Gornik Zabrze, avversario della Juve in Coppa Uefa».

Come viveva le sfide contro la Roma?
«Le racconto un aneddoto: in occasione di una partita all'Olimpico, a 10' dalla fine Gaetano si fece male e fu costretto a chiedere il cambio. Quando uscì dal campo, buona parte dei tifosi romanisti lo applaudì a lungo. Era un mondo diverso: la sfida era sentitissima anche allora, ma non veniva mai a mancare il rispetto verso mio marito».
Poco dopo la sua morte, i tifosi romanisti lo ricordarono con uno striscione: "Scirea un uomo un campione... onore".
«Dico sempre che lui ha rappresentato il calciatore per antonomasia, al di là della maglia e al di là del tifo. E questa è una cosa che riempie d'orgoglio me e la mia famiglia».

Ha saputo unire...
«Esattamente, e la riprova l'abbiamo avuto in occasione del trentennale della sua scomparsa, lo scorso settembre. La Juventus ha organizzato una mostra allo Stadium, e in quella circostanza sono stata travolta dall'affetto. C'erano tutti i suoi ex compagni e gli amici, compreso Bruno Conti che è venuto a Torino appositamente. Ma la cosa che mi fa più piacere è che il suo ricordo sia indelebile anche tra i giovani che non l'hanno visto giocare. So che è così anche per Agostino a Roma: questa cosa è bellissima e li rende ancora più simili».

Che uomo era Gaetano?
«In campo era serio, un leader silenzioso, ma sempre attento a far rispettare le regole. Nella vita privata era simpatico, adorava scherzare e aveva un carica incredibile: amava la vita e la sua famiglia. Ci manca molto, ma le continue manifestazioni di affetto fanno sì che, anche a distanza di tanti anni, lui sia ancora vivo».