Accadrà. Semplicemente accadrà. Un giorno Daniele De Rossi allenerà la Roma. Magari cominciando dalle giovanili oppure direttamente la prima squadra dopo che avrà maturato le sue prime esperienze da allenatore altrove. Ma il suo destino è segnato. Lo ha detto lui stesso nell'asciutta conferenza stampa di addio al Boca Juniors parlando in perfetto argentino e scusandosi addirittura invece per le sue asseritamente scarse capacità di eloquio nella lingua della terra che lo ha ospitato negli ultimi sei mesi: «Il mio destino è di fare l'allenatore». Alla Roma, aggiungiamo noi, ma questo lui ancora non poteva dirlo.

In quale Roma, semmai, dobbiamo chiederci. Perché pensare che Daniele torni oggi stesso a Trigoria è esercizio senza senso. Già i giornali lo stanno tirando per la giacca (della tuta), c'è già chi sostiene che il nuovo proprietario americano della Roma punterebbe su di lui, che i contatti siano già stati avviati, che per lui sia già pronta una panchina del settore giovanile, magari proprio in quella Primavera allenata con tanto profitto da 15 anni da papà Alberto, il cui contratto scadrà a giugno. Ma non c'è ancora nulla di sostanziale, non c'è un'offerta, non c'è neanche una telefonata che si direbbe ufficiale. Solo contatti portati avanti da qualche amico comune, da qualche dirigente ancora a lui affezionato, in qualche telefonata esplorativa spesa parlando soprattutto d'altro.

Fino a poche ore fa, del resto, nessuno sapeva che avrebbe lasciato il calcio. Sua moglie Sarah in un'intervista rilasciata a Tv Sorrisi e Canzoni la scorsa settimana aveva magnificato la loro vita in Argentina, specificando che sarebbe durata ancora a lungo. Lo stesso Nainggolan ha espresso il suo stupore dopo aver saputo della sua decisione: «Lo avevo sentito qualche giorno fa, mi aveva detto che voleva continuare».

Daniele è così: nei travagliati giorni dell'addio alla Roma ha valutato una per una tutte le offerte che gli erano state rivolte, da quelle più improbabili a quelle che fino all'ultimo sono rimaste in ballo. Mancini lo voleva nello staff della nazionale, Montella nella sua Fiorentina, Maldini al Milan, Ferrero alla Sampdoria, poteva andare a Los Angeles o in Canada, Burdisso è quello che gli fece la corte più sfrenata, solleticandolo sulla passione mai nascosta per il Boca e per la Bombonera e alla fine la suggestione argentina ha prevalso sul resto.

Oggi Daniele De Rossi di sicuro ha un solo obiettivo: studiare per diventare allenatore. Chi sostiene che potrebbe già farlo sottovaluta la preparazione specifica di cui ha bisogno ogni aspirante tecnico: si tratta di seguire un corso formativo che in Italia, alla scuola di Coverciano, ha raggiunto elevatissimi standard qualitativi. Il suo desiderio è arrivare all'inizio della prossima stagione avendo almeno già cominciato il corso di abilitazione che gli permetterebbe di allenare fino ai Professionisti e, ovviamente, le squadre Primavera. Tecnicamente è l'abilitazione B e A, insieme.

Ieri hanno scritto che la Federcalcio potrebbe promuovere un corso su misura per lui, ma non sarebbe un'eccezione in suo onore, è una possibilità che l'associazione degli allenatori prevede per i giocatori che si sono distinti per particolari meriti sportivi, come quelli che hanno vinto un mondiale. Se ci fosse questa possibilità Daniele la coglierebbe volentieri.

Nel frattempo andrà a studiare alla corte dei migliori tecnici europei, ovviamente di quelli che praticano il calcio che piace a lui. Uno su tutti, il suo ex compagno di squadra e, all'epoca, già ispiratore Pep Guardiola. Per sua stessa ammissione, Luis Enrique è il tecnico che gli ha aperto gli occhi dal punto di vista tattico. Il suo calcio gli piaceva da morire e lui per l'hombre vertical era l'interprete ideale. Meno ha apprezzato la qualità del calcio argentino: bello l'aspetto agonistico, ma un esteta come lui non poteva certo ammirare quella tendenza al lancio lungo e pedalare che ancora contamina il calcio della pampa. Ma poi un giorno Daniele allenerà la Roma. Accadrà.

E magari prima di ogni partita ripeterà quel rito che ieri Stephan El Shaarawy ha reso pubblico sul suo profilo Instagram. Andate lì ad ascoltare quelle parole, la sua richiesta di giocare una partita «degna», di pensare alla Roma e al risultato da raggiungere, non al fatto che per lui sarebbe stata l'ultima con quella maglia. «Per chi ho corso?», urlava Daniele. «Per la Roma», rispondevano tutti. «Per chi ho lottato?». «Per la Roma». «Per chi son morto?». «Per la Roma». «Questo - ha aggiunto El Shaarawy nella dedica - sei tu. Gladiatore in campo e fuori. Grazie per tutto quello che hai fatto. Te se ama». Quel giorno era il 26 maggio 2019 e De Rossi era della Roma. Un giorno lo sarà di nuovo. Accadrà.