Ce lo eravamo quasi dimenticato. L'altro uomo del ventotto maggio con quel gol allo scadere che ci consegnò la Champions League diretta mentre stavamo tutti con i lucciconi agli occhi per l'addio del Dieci che uno come lui non lo rivedremo mai più. L'uomo di quel gol al Qarabag per garantirci il primo posto nel girone di Champions, roba che non era certo una consuetudine. L'uomo designato per presentarsi sul dischetto quando c'è un calcio di rigore da tirare. L'uomo con la faccia brutta, sporca e cattiva. Avrete capito di sicuro, l'uomo in questione non può che essere Diego Perotti.

Decisivo, ieri sera, a Verona. Pur partendo dalla panchina. Poi mandato in campo nel momento in cui Kluivert, fino a quel momento il migliore giallorosso in campo con tanto di gol segnato, il quinto stagionale, è stato costretto ad alzare bandiera bianca per un infortunio probabilmente muscolare, si spera roba di poco conto. Alzi la mano chi, in quel momento, ha pensato che Fonseca mandasse in campo proprio l'argentino. Non vediamo mani alzate, visto che in panchina c'era pure Mkhitaryan, recuperato da un paio di settimane da un lungo infortunio. Si fa male l'esterno sinistro alto, chi meglio dell'armeno per sostituire l'olandesino? Perotti. Perché Fonseca non se lo era dimenticato, anche se a Mönchengladbach l'argentino gli era piaciuto poco nello spezzone di partita che gli aveva fatto giocare. Tutto dimenticato. Vai, Diego pensaci tu. E Diego ci ha pensato, rispolverando una prestazione vecchi tempi con quel pallone incollato ai piedi che per toglierglielo gli avversari, se lo prendono, sono costretti a fare fallo.

Dopo ci ha pensato il destino a farci riscoprire Perotti, quello vero, quello capace di decidere una partita. Perché appena dieci minuti dopo il suo ingresso in campo, al quarantacinquesimo minuto del primo tempo, tal Gunter non ha potuto fare altro in area che un evidente fallo su Dzeko splendidamente imbeccato da un Under che fino a quel momento ci stavamo chiedendo se fosse sceso in campo. Calcio di rigore. Kolarov ha deciso che che non è più roba per lui. Veretout, che aveva segnato gli ultimi due, non ha fatto una piega quando ha capito che l'argentino si sarebbe presentato per batterlo. Del resto è lui o non è lui il rigorista designato di questa Roma? È lui. Pallone sul dischetto. Rincorsa non esagerata, lo sguardo fisso sul portiere per capire da che parte andrà, corsa quasi al rallentatore, Silvestri da una parte, pallone dall'altra. Gol. Roma di nuovo in vantaggio. C'era ancora tutto un tempo da giocare ma quel gol, arrivato in un momento in cui la Roma stava soffrendo l'esuberanza atletica e di corsa di un Verona che non si fermava mai, è stato una mano santa per rilanciare la squadra giallorossa.

È vero, nel secondo tempo ci sono stati lunghi tratti di sofferenza pura, anche se in realtà di occasioni vere la squadra di Juric non è che ne abbia costruite molte. Poi a dargli la mazzata finale, nel recupero, ci ha pensato Mkhitaryan, servito da uno splendido assist proprio di Perotti, meraviglioso per l'altruismo, che era stato innescato da un'altrettanto illuminante verticalizzazione di quel fenomeno che risponde al nome di Lorenzo Pellegrini (ma che palla ha dato a Kluivert in occasione del primo gol?). L'argentino quel pallone lo ha trasformato in una giocata da campione, per l'armeno è stato un gioco da ragazzi metterlo dentro per il suo secondo gol con la maglia della Roma.
Ecco, un Perotti così può davvero essere ancora molto utile. Negli ultimi due anni ne ha passate di tutti i colori, in particolare in infermeria, adduttori, flessori, caviglie, in un calvario da cui sembrava non ne uscisse più. Errore. Perché a Verona l'argentino è tornato l'uomo che quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare.