Tre per uno non fa male a nessuno, la Roma ci ha preso gusto e va avanti a balzi di tre reti e tre punti, ieri il Verona dopo il Brescia e il Basaksehir, ma questo è stato di gran lunga l'impegno più difficile e per uscirne in maniera così trionfale la squadra di Fonseca ha dovuto sfoderare l'impresa, faticando e sudando a dispetto dell'acqua caduta per tutta la partita, cercando le risorse nel fondo della disponibilità di ogni giocatore sceso in campo, e alla fine festeggiando sotto la pioggia e sotto la Sud trasferita al Bentegodi.

Ha aperto le marcature Kluivert, su sopraffino assist di Pellegrini, ha pareggiato Faraoni, ha riportato su la Roma Perotti su rigore conquistato da Dzeko, ha chiuso le danze nel finale Mkhitaryan servito proprio da Perotti. In mezzo tanto Verona e la giusta Roma di spada e di fioretto, di bosco e di riviera, perfetta a trovare la misura giusta quando nel confronto servivano i muscoli e quando invece bisognava toccar di fino. E ora la classifica sorride, quarti in solitaria aspettando il Cagliari, con la prospettiva di andare a Milano venerdì a fare i guastafeste, proprio nella giornata dopo quella in cui all'Inter hanno trovato la testa della classifica.

Del resto uscire trionfatori contro un Verona così vivo, attivo, cattivo, modellato da Juric a sua immagine e somiglianza, era un'impresa ai limiti del possibile per una Roma che 72 ore prima era andata a conquistarsi la qualificazione per l'Europa League in Turchia. E sul campo allentato dalla pioggia che ha preso a cadere intensa proprio in prossimità della partita, tutto ciò che si paventava di questa squadra in maglia blu si è riscontrato sul campo: leggi i nomi e ti sembrano semisconosciuti, di quelli che non possono essere accostati al mercato di una grande neanche per sbaglio, però poi in campo ti stanno tutti addosso come se gli avessi appena scippato il bene più prezioso del mondo, non ti danno tregua nel loro scomposto (dalla marcatura a uomo) 3412, e quando riconquistano il pallone avanzano a terziglie, cercando sempre superiorità numerica sulle fasce con l'inserimenti dei quinti di centrocampo, l'appoggio del trequarti avanzato (Verre, il ragazzino che fece innamorare Luis Enrique) e una delle due punte, quella di zona palla.

Un incubo, soprattutto sulla fascia sinistra (la destra giallorossa, presidiata da Santon, preferito di nuovo a Florenzi e Spinazzola), da cui la Roma ha provato a scuotersi aumentando i giri del suo motore, rischiando l'overdrive, andando vicino al collasso intorno al 37', nei tre minuti e mezzo trascorsi tra il gol di Faraoni (sarebbe stato il 2-1 per i padroni di casa, nel loro momento migliore) e l'annullamento del Var per il fuorigioco di Lazovic alla fonte dell'azione, ma poi risalendo la china in un primo tempo tiratissimo, che ha fatto un'altra vittima, Kluivert, che s'è schiantato contro Lazovic dopo una corsa forsennata per andare a chiudere l'ennesima verticalizzazione profonda. Nei 35 minuti in cui è rimasto in campo, peraltro, l'olandese era stato il migliore in campo: suo il gol del vantaggio, sfruttando un'imbeccata del solito Pellegrini al 17' del primo tempo, portata fin sul fondo a sinistra e poi chiusa da un poderoso destro di piatto che ha bucato le gambe di Silvestri.

Ma il Verona ci aveva messo 4 minuti a pareggiare, sfruttando proprio la profondità laterale, con un gran taglio da sinistra di destro di Zaccagni proprio dietro le spalle di Kolarov, al solito il meno brillante nelle chiusure difensive, per il colpo di testa solitario di Faroni. E lo stesso Faraoni aveva addirittura portato sopra il Verona al 37', in un'azione conclusa con un gran sinistro da dentro l'area che però era stata poggiata su due possibili scorrettezze: il fuorigioco di Lazovic in origine (scovato poi dal Var) e la palla forse uscita sul fondo prima del cross (che invece era stata crossata ancora dentro).

E quando il pareggio sembrava ormai scritto prima dell'intervallo, Perotti (entrato pochi minuti prima a freddo al posto di Kluivert) aveva cominciato un'azione poi rifinita da Ünder per Dzeko, strattonato grottescamente da Gunter in area, per l'inevitabile rigore trasformato da par suo proprio dal Monito. Nel taccuino del primo tempo vanno citati anche i tentativi di Pellegrini (destro in girata schiacciato sul terreno e poco oltre la traversa), di Faraoni prima di quello annullato e il palo esterno di Rrhamani di testa.

All'inizio del secondo tempo, la partenza arrembante dei padroni di casa ha fatto correre qualche brivido sulla schiena inzuppata di Fonseca eppure la Roma non ha mai ceduto il passo a quei diavoli blu che infatti a poco a poco hanno perso la fiducia mantenendo il controllo del possesso (ma così basso per la Roma). A volte le linee si sono abbassate, ma ad ogni ripartenza i giallorossi provavano a rialzarsi un po', costringendo anche Juric a restare accorto, a tenere le briglie corte, per far restare in partita i suoi senza rischiare le ripartenze veloci giallorosse, vista la tendenza dei centrali romanisti di cercare direttamente la profondità col lancio alle spalle della linea o appena prima, per un riattacco in parità numerica.

I cambi hanno ricaricato le batterie, ma mentre il Verona ha perso qualcosa con gli inserimenti di Salcedo, Veloso e Pazzini, Fonseca ha mantenuto il ritmo grazie a Mkhitaryan, non a caso protagonista dell'azione finale, con il servizio di Pellegrini (falso nove dopo l'uscita di Dzeko per Fazio, con difesa a tre, quattro a centrocampo e Miky e Perotti dietro Lorenzo) per Perotti, abilissimo a restare in piedi nella corsa in mezzo a due avversari e poi a regalare all'armeno il gol che ha chiuso la partita. Gran sospiro di sollievo per tutti, con l'esultanza finalmente liberatoria di Fonseca a ripensare a quei patimenti sulle corse continue degli avversari, frustrate da un altro intervento del Var a sancire un altro fuorigioco di Lazovic e a sanare un possibile fallo di mano in area di Smalling (era il 40').