La sconfitta interna arrivata prima della sosta contro l'Atalanta, sicuramente tra gli avversari meno consigliati in questo momento, ha aperto ancor di più gli occhi sulle parole del tecnico della Roma Eusebio Di Francesco di qualche giorno fa. In seguito al pareggio con il Sassuolo, l'allenatore aveva (forse) ironizzato: «Manca ancora qualcosa alla Roma. Ci vorrebbe uno psicologo bravo!». Se ne parla spesso nel calcio, più come iperbole che come un fatto concreto. «Sono parole che meritano un'attenzione particolare sia per il momento delicato che sta attraversando la squadra sia per il momento culturale che spinge verso un cambiamento e sperato rinnovamento del sistema calcistico italiano», spiega il dottor Gianluca Panella, psicologo e psicoterapeuta dell'infanzia, dell'adolescenza e dello sport, che opera nella DF Academy, unica società di calcio nel Lazio affiliata Chievo Verona. «L'affermazione di Di Francesco, seria o pseudo-scherzosa che sia stata, esprime implicitamente una richiesta di intervento che forse proprio l'ironia ha contribuito a far emergere. In Italia si fatica a contemplare la figura dello psicologo dello sport e "riempie" l'organigramma con figure dalle diverse qualifiche, seppur indubbiamente importanti a livello tecnico-tattico ma forse non sufficienti».

Ma chi è lo psicologo dello sport?
«Alcuni calciatori professionisti si avvalgono del mental coach, un profilo che viene interpellato in seguito a momenti di difficoltà. Secondo il mio approccio operativo, lo psicologo dello sport è non solo laureato in psicologia ma anche specializzato in psicoterapeuta con una specifica formazione personale e si occupa di interventi mirati on field, è un supporto specialistico per il gruppo-squadra volto a proporre esercizi mirati che coadiuvino e non giudichino il lavoro dell'allenatore».

Quando interviene e in che modo potrebbe essere utile a una società di calcio?
«Non dev'essere interpellato solo nei momenti di difficoltà, ma rappresenta un'opportunità di supporto non solo sul singolo ed in determinati (e determinanti) momenti "spot" del campionato, ma sull'intero gruppo-squadra e con continuità per l'intera stagione calcistica. Compreso il tecnico, che nel nostro calcio spesso è il primo ad essere messo in discussione per l'insuccesso sportivo. Spesso si sente parlare di quanto sia importante che il calciatore alleni in modo costante e ossessivo le sue abilità mentali tralasciando l'importanza di allenare sinergicamente altre abilità che concernono la sfera delle emozioni. L'obiettivo primario è, nel tempo, di aiutare gli atleti verso una maggiore consapevolezza di sé».

Cosa sta accadendo alla Roma?
«Per la Roma si potrebbe parlare proprio di un blocco psico-emotivo, quando le quote psichiche si "scollano" da quelle mentali e strategiche in termini psico-somatici. I media parlano di difficoltà dei singoli calciatori, sia di natura fisica che mentale, ma la squadra è in difficoltà nell'espressione di insieme, a prescindere dall'avversario e dal modulo adottato».

Di Francesco si è assunto le sue responsabilità e Strootman ha ammesso che in questo momento non è in grado di aiutare la sua squadra. Un leader in difficoltà può determinare un effetto domino sugli altri nella dinamica di gruppo?
«Ho sempre ammirato la schiettezza e l'onestà comunicativa di Di Francesco e l'impegno e la tenacia in campo di Strootman. Di lui mi ha colpito il cosiddetto esame di realtà, l'alto grado di consapevolezza delle sue reali difficoltà in questo momento. I giocatori più o meno inconsciamente si contaminano, ovvero influenzando l'uno con l'altro ecco perché è importante che l'intera squadra si riabiliti, a partire dai leader».

Le statistiche ci dicono che la Roma non segna più come prima, crea meno occasioni (o meno nitide) e negli ultimi metri si blocca troppo spesso. Recentemente la soglia dell'attenzione difensiva (così apprezzata in precedenza) è venuta meno. Dipende dalla testa?
«Sbagliare in modo reiterato provoca una frustrazione elevata prima di tutto per i calciatori. La conseguenza è un blocco psico-emotivo caratterizzato dall'abbassamento dei livelli di autostima, l'aumento della tensione corporea che rende il giocatore poco efficace in campo in quanto mette in atto atteggiamenti disfunzionali, come errori che costano cari o passaggi sbagliati. Il calo sull'attenzione dipende potenzialmente da molteplici fattori che riguardano non solo l'apparato difensivo ma tutta la squadra. A proposito di contaminazione, se i centrocampisti e gli attaccanti faticano nella capacità realizzativa, tale calo di performance influenza anche coloro che devono difendere. Un lavoro psicologico di gruppo potrebbe aiutare i singoli calciatori a tollerare in modo costruttivo i piccoli inceppamenti o ostacoli e ricucire trame di squadra».

Come si spiega una strana sindrome di appagamento da piccoli passi avanti in giocatori, molto spesso ricchi e giovani, che hanno vinto poco o nulla in carriera?
«Questo fenomeno è frequente nel calcio e soprattutto quando raggiungi piccoli obiettivi. Spesso molti atleti si adagiano e smettono di mettersi in discussione perché inconsapevolmente forse credono di essere appagati. Il calcio purtroppo crede di poter far crescere in fretta dei giocatori seppur tecnicamente forti, ma immaturi a livello interiore e psico-affettivo. Si migliora solo con un lavoro metodico e con i giusti tempi, che possono variare da soggetto a soggetto».

La Roma ha fallito nei momenti importanti, scontri diretti o partite da vincere per ridurre il gap con le prime. Si parla spesso di mancanza di personalità, e a proposito di vittorie, di fame. Si prende ad esempio la Juventus come paradigma di determinazione. Che percorso c'è da fare?
«La cosiddetta mancanza di personalità è dovuta all'ansia da prestazione legata al blocco emotivo e alla mancanza di tenacia nel reagire. Ma il percorso è lungo, specialmente se cambia frequentemente il metodo di approccio di chi guida il gruppo. Bisogna considerare il fatto che Di Francesco è operativo da 4 mesi, mentre la Juve ed il Napoli hanno alle spalle un lavoro di 3-4 anni almeno. La continuità si può ottenere solo attraverso l'allenamento fisico e mentale costante, la serietà e la perseveranza nel mantenimento dei valori».

La società ha usato il pugno duro con Nainggolan, dopo la "baldoria" di Capodanno. Dopo il ko con l'Atalanta alcuni tifosi avrebbero gradito che la Roma revocasse le vacanze (che comunque spettano) ai giocatori. Sarebbe stato d'accordo?
«Sono d'accordo sulla scelta della società di non convocare Nainggolan perché il suo gesto è stato assolutamente diseducativo. La punizione potrebbe risultare esemplare, io cercherei di comunicare col giocatore per aiutarlo a comprendere e verbalizzare il suo stato d'animo ed i motivi che lo hanno portato a tale gesto perché in questo modo lo si aiuta veramente. Anche se le vacanze spettano di diritto ai giocatori, che comunque in senso lato svolgono una professione lavorativa, non so sinceramente se l'interruzione possa o meno risultare benefica per la Roma. Non avrei costretto nessuno dei giocatori a rimanere a Trigoria ad allenarsi anziché stare in vacanza con le famiglie. La domanda che mi sono posto oggi è: quanti giocatori intenzionalmente sarebbero stati disposti a rinunciare alle vacanze per tornare a Trigoria ad allenarsi? Io avrei iniziato a rimettermi in discussione da professionista».

Cosa cambierebbe, e in quanto tempo semmai, se una società di calcio si avvalesse dell'intervento specialistico e strutturale dello psicologo dello sport?
«Quando mi chiedono in quanto tempo non rispondo mai con certezza, ma dico che qualcosa cambia sin da subito. Il tempo dà risultati grazie al grado di motivazione, a una maggiore gestione delle situazioni stressogene, e soprattutto a una grande dote: quella di riuscire a verbalizzare nell'immediato le proprie emozioni, questo manca spesso ai calciatori. Che per questo motivo incappano negli agìti. La figura dello psicologo è contenitore emotivo affinché le potenzialità del singolo diventino abilità consolidate al servizio della squadra».