Furente come al termine di Roma-Cagliari, Paulo Fonseca non si era mai mostrato da quando occupa la panchina della Roma. Eppure l'Olimpico per il portoghese è già stato teatro di nervosismi. A provocarli, almeno stando alle immagini di repertorio e all'elaborazione un po' approssimativa che si può fare dagli spalti dei rispettivi labiali, è stato uno dei suoi attuali giocatori: Diego Perotti. È la sera del 13 marzo 2018.

L'arbitro Mallenco ha appena sibilato il triplice fischio. Al termine di una doppia sfida molto più complessa di altre contro avversarie più blasonate, la Roma elimina lo Shakhtar Donetsk e si proietta verso quei quarti di finale di Champions che la glorificheranno in eterno. A guidare gli ucraini c'è Fonseca, che a giudicare dalla mimica del Monito deve essersi fatto sentire anche dai giocatori romanisti. Forse non soltanto per le indicazioni tattiche. Prima ancora di andare a festeggiare con i compagni, l'argentino cerca l'allenatore avversario, intimandogli il silenzio e muovendo le mani con un eloquente gesto, traducibile pressappoco con un «Torna a casa».

Il portoghese non ci pensa proprio a far finta di niente e tirare dritto. Le strade dei due convergono e si sfiora lo scontro fisico: ci pensano Gerson e Facundo Ferreyra a separare i contendenti. Passano pochi istanti, poi il tecnico quasi ci ripensa e torna indietro, dicendo ancora qualcosa a distanza in direzione dell'attaccante. A quel punto è Kolarov a sedare definitivamente l'allenatore. Le scintille del 2018 lasciano il posto alla convivenza di oggi, quando Paulo freme per riavere Diego. Ma dalla sua parte.