Nel 1986, quando la squadra di Fascetti, Barbas e Pasculli toglieva lo scudetto alla Roma di Eriksson, il presidente del Lecce, Saverio Sticchi Damiani, andava alle elementari. Il numero uno del prossimo avversario della Roma in campionato è tra quei leccesi che «non c'entrano niente», che «si dissociano», racconta sorridendo, da quell'evento. Tanto più passando diversi giorni della settimana nella Capitale, dove svolge la sua attività di avvocato con continuità da tanti anni: «Ho casa e ci vivo benissimo. Da presidente del Lecce posso simpatizzare solo per la città».

Sticchi Damiani è entrato nel Lecce con la sua cordata da tre anni ed è presidente da due stagioni. Quelle della favola sportiva, per intenderci: «Ho vinto due campionati di seguito, un risultato straordinario, che ha rappresentato un'accelerata straordinaria rispetto ai tempi che ci eravamo dati: quando abbiamo iniziato la priorità era tornare in Serie B dalla Lega Pro per rimanerci quattro o cinque anni. Invece è arrivata subito la Serie A. Grazie soprattutto al lavoro del direttore sportivo Meluso e dell'allenatore Liverani».

Classe '75, è uno dei presidenti più giovani del campionato. Come ci si sente?
«Sono un po' un'anomalia, siamo in pochi quarantenni in questo ruolo. Tra Serie A e Serie B non ce ne sono tanti, i numeri dicono che in Italia lo rivestono persone più esperte. Diciamo che per essere presidenti a questa età si fa un corso accelerato, servono delle caratteristiche e delle qualità come l'equilibrio, bisogna non essere soggetti nel bene e nel male agli umori del risultato, mantenere la lucidità nella gestione di un'azienda particolarissima, ma che pur sempre è un'azienda. E questo è anche più importante nel mio caso, visto che sono proprio del territorio e sono anche tifoso della squadra di cui sono presidente». Un'altra anomalia nel calcio moderno: «Sì, una cosa anomala e bella, ma che deve rappresentare una marcia in più e non un limite, perché gestire una società solo da tifoso sarebbe una follia, bisogna essere lucidi».

Ora viene il difficile, tentare di rimanere nella massima serie, cosa bisogna fare per confermarsi?
«Nell'immediato vogliamo pagare uno scotto non troppo pesante per essere passati di fatto dalla Lega Pro alla Serie A. Abbiamo bruciato le tappe. Quando abbiamo visto il calendario delle prime dieci giornate ci siamo guardati negli occhi e abbiamo pensato che questo prezzo potesse essere altissimo. Invece la squadra sta dimostrando di poter dire la sua anche in questo torneo: abbiamo compiuto due imprese a Torino e Ferrara, perché tra infortuni e uomini arrivati alla fine dal mercato, dai quali attendiamo presto il contributo, l'allenatore è stato bravo a nascondere le difficoltà. Molti giocatori sono quelli della Serie B e stanno facendo delle cose commoventi».

Il Lecce che sta creando un mix tra giovani e veterani.
«Sì, abbiamo tre tipologie di giocatori: quelli esperti (come Lapadula, Rossettini, Farias, Babacar e Tachtsidis) che già conoscono, quelli della serie B che abbiamo deciso di trattenere in un buon numero e quelli più giovani, autentiche scommesse, che potranno dare i loro frutti più avanti».

C'è un nuovo Vucinic da quelle parti?
«Abbiamo rinnovato tutto nel nostro settore giovanile da due anni a questa parte. È presto per dire se c'è un nuovo Vucinic, ma vedo migliorare ogni giorno tutte le squadre e questo mi lascia ben sperare. Tra l'altro attualmente viviamo un periodo storico particolare, in Puglia c'è solo il Lecce tra Serie A e Serie B, abbiamo un appeal assoluto nell'attirare giovani talenti, una forza incredibile, visto che in passato dovevamo condividerlo con altre squadre che ora sono più giù di noi».

Bovo collaboratore tecnico e, soprattutto, Liverani allenatore. C'è un bel po' della città di Roma nel suo Lecce. Che impatto ha avuto il tecnico?
«Innanzi tutto è un vincente. Che nel calcio non è un dettaglio da poco. Ha fatto un miracolo con la Ternana, in dieci giornate con la squadra ormai retrocessa, l'anno dopo è venuto da noi in C, dove eravamo da sette anni e si erano alternati 15 o 16 allenatori importanti ma non eravamo riusciti a vincere un campionato negli ultimi sette anni. Lui è arrivato, l'ha vinto e l'anno dopo ha vinto la B. Con lui c'è una bella alchimia tra società, staff tecnico e ambiente, un rapporto onesto e trasparente, piacevole sul piano personale. Lo abbiamo messo credo nelle condizioni di rendere al meglio e dimostrare le sue qualità che per me sono enormi, è un potenziale predestinato a livello altissimo».

Se lo terrà stretto?
«Io gli ho fatto un contratto di tre anni, più di questo non potevo fare. Poi conosco le dinamiche del calcio, sono sicuro che avrà un futuro importante, non prima però di averci fatto raggiungere i risultati che tutti quanti speriamo».

Lecce è la città di Gianluca Petrachi.
«È un mio carissimo amico, ci conosciamo da tantissimi anni essendo noi entrambi leccesi. Abbiamo un rapporto personale che va oltre il calcio, anche se ultimamente si parla anche di calcio. Credo sia uno dei ds più capaci, è uno poco "commerciale", non ama piacere al pubblico per i nomi, è competente e pragmatico, va dritto per la sua strada con personalità, non è schiavo del nome di turno o dell'effetto o dei facili entusiasmi. Sa vedere la qualità in anticipo e sa far quadrare i conti alle società, può fare la fortuna di un club portandolo a non fare gestioni eccessivamente dispendiose grazie al suo talento. Imparerete ad apprezzarlo come persona corretta, attraverso i suoi fatti e non attraverso le chiacchiere. Io ho sperato che andasse alla Roma, meritava questa gratificazione».

Prima della Roma ha incontrato Inter e Napoli. Che idea si è fatto delle due designate anti-Juve?
«L'Inter mi ha fatto un'ottima impressione. L'abbiamo affrontata in un contesto molto complicato per noi, la prima di campionato con San Siro pieno. Per fare punti contro queste grandi squadre il Lecce deve fare la partita perfetta e deve sperare che l'avversaria sia sotto tono. Loro hanno fatto una grande partita, si è vista già la mano di un altro leccese, Antonio Conte. E poi non erano uscite ancora le nostre caratteristiche, cioè proporre calcio con ambizione ma anche saper soffrire come una provinciale, quindi senza perdere di vista la determinazione che serve confrontandosi ad alti livelli. Con il Napoli, che comunque ha vinto meritatamente contro di noi abbiamo patito troppo alcuni episodi, un primo gol casuale frutto di un rimpallo e qualche situazione arbitrale non chiara contro di noi. Sarà forte anche la Roma, l'ho vista in Europa League e mi ha impressionato perché quando ha deciso di cambiare marcia ha mutato il volto alla partita, è piena di talenti ed è organizzata, sarà una partita complicatissima, ma noi vogliamo cercare di sfatare il tabù del Via del Mare».

Per carità, in bocca al lupo al Lecce, ma magari dalla settimana seguente.

«Con la Roma servirà una partita perfetta, hanno talento e sono organizzati». L'ha detto Saverio Sticchi Damiani, presidente del Lecce, prossimo avversario dei giallorossi in campionato. Ecco un estratto della sua intervista a Il Romanista:

Lecce è la città di Gianluca Petrachi.
«È un mio carissimo amico, ci conosciamo da tantissimi anni essendo noi entrambi leccesi. Abbiamo un rapporto personale che va oltre il calcio, anche se ultimamente si parla anche di calcio. Credo sia uno dei ds più capaci, è uno poco "commerciale", non ama piacere al pubblico per i nomi, è competente e pragmatico, va dritto per la sua strada con personalità, non è schiavo del nome di turno o dell'effetto o dei facili entusiasmi. Sa vedere la qualità in anticipo e sa far quadrare i conti alle società, può fare la fortuna di un club portandolo a non fare gestioni eccessivamente dispendiose grazie al suo talento. Imparerete ad apprezzarlo come persona corretta, attraverso i suoi fatti e non attraverso le chiacchiere. Io ho sperato che andasse alla Roma, meritava questa gratificazione».

L'intervista integrale di Gabriele Fasan a Sticchi Damiani su Il Romanista di domani

di: Gabriele Fasan