Se il 10 agosto è data da tramandare ai posteri per l'apparizione di una stella che esaudì i nostri desideri, il 14 settembre non è da meno, perché coincide con il giorno in cui quella stessa stella si manifestò agli occhi di tutta Italia. A Como, perché evidentemente è destino che i grandi romanzi comincino lì, e Paulo Roberto Falcao è - e sarà sempre - il nostro capolavoro: prosa e poesia ricamate in un solo corpo, in quei riccioli biondi da angelo e quella faccia un po' così, quell'espressione un po' così che abbiamo noi prima d'andare a Genova a vincere un tricolore atteso quarantuno anni.

Arrivato a Roma nel giorno in cui cadono le stelle, il Divino debutta in Serie A il 14 settembre 1980 contro il Como. La stessa squadra contro cui, ventitré anni più tardi, esordirà in campionato anche Daniele De Rossi. È la squadra tornata dopo poco più di un decennio a cucirsi sul petto la coccarda della Coppa Italia e che tre anni dopo cucirà lo Scudetto. È la Roma di Maggiora e Bruno Conti, di Turone e Francesco Rocca, di Di Bartolomei e Pruzzo: una squadra che sta diventando grande, grandissima (ammesso che possa mai non essere stata grande). Lo zoccolo duro già c'è, quel pomeriggio di fine estate al Sinigaglia di Como: un'altra pedina fondamentale ce l'abbiamo di fronte da avversario, è lo Zar Vierchowod. A decidere la partita è un'autorete al 24' del primo tempo di Volpi. «Brilla la stella Falcao», scrive L'Unità all'indomani. C'era da aspettarselo, da uno che è sbarcato nel giorno di San Lorenzo. «Il brasiliano ha giocato splendidamente - si legge nell'articolo - illuminando il gioco della Roma. Senza dubbio il migliore in campo tra i ventidue».

La sinfonia europea

Avanti veloce: tre anni dopo. E se tre è il numero perfetto, la Roma che debutta in Coppa Campioni non può non vincere 3-0. Il Goteborg spazzato via ben prima dell'inizio della gara con le torce ei fumoni e quello striscione "Non passa lo straniero". È una sinfonia, anzi, è la Sinfonia numero 3 di Beethoven: l'Eroica. L'avvio è un Allegro con brio, il finale è Allegro molto. Tutti i gol arrivano nel secondo tempo: apre Vincenzi, raddoppia Bruno Conti, quindi c'è la poesia del terzo gol. Lo segna Cerezo, ma è come se a realizzarlo fosse la Roma tutta. La prima rete non può che nascere dal Divino, che dalla distanza colpisce il palo: la palla finisce sui piedi di Vincenzi, quasi che Falcao avesse previsto tutto. Bruno raddoppia con un mancino velenoso dei suoi, che fulmina il portiere Vernesson sul primo palo. E pochi minuti dopo la Roma cala il tris (che sarà piacevole consuetudine casalinga, durante quella cavalcata europea) con l'azione.

L'articolo determinativo non è un errore: quella che ci regala il 3-0 contro il Goteborg è l'azione. Falcao non tocca palla, ma è il protagonista e il fulcro della manovra, il velo con cui lascia il pallone al connazionale e amico Cerezo è la degna conclusione di un orgasmo calcistico. «Al terzo gol ho guardato il pubblico, non volevo vedere altre immagini - dice Dino Viola al termine dell'incontro - Una serata incredibile». Una serata divina, resa possibile anche - se non soprattutto - dal Divino: l'uomo che ha cambiato per sempre la nostra storia, facendoci entrare nella Storia.