Potrebbero essere loro i simboli di tutto ciò che cambia a Trigoria e non sono presi a caso. Sono titoli dei giornali di quei giorni, di quando l'alieno Kolarov sbarcava a Trigoria, tra la sorpresa generale per una trattativa tenuta ben nascosta da Monchi, innescata dal silenziosissimo quando preparato procuratore Sergio Berti (lo stesso di De Rossi) e svelata quando ormai era matura solo dai giornali inglesi. Tra i titoli di quei giorni, c'erano Totti che aveva deciso di fare l'allenatore, Karsdorp che veniva promosso a terzino su cui puntare ogni fiche e Gonalons che veniva messo da Di Francesco al centro del suo progetto. Niente che abbia trovato riscontro nel futuro, ovviamente.

Tranne Kolarov che arrivò a sorpresa, dunque, e tra tanto di scetticismo: da una parte per questioni tecnico/anagrafiche (nella sua ultima stagione al City, Aleksandar era stato spostato difensore centrale da Guardiola che evidentemente riteneva avesse smarrito la sua capacità di propulsione), dall'altra per così dire ambientali. Dopo il suo arrivo un paio di scritte minacciose per il suo passato laziale erano apparse sulle strade di Roma e, come spesso accade, il pensiero di uno quando è scritto diventa nell'immaginario la voce di chissà quanti. Lui non se n'è curato, e già nel giorno della sua presentazione alla stampa, in una stanza d'albergo a Siviglia dove la Roma avrebbe giocato un'amichevole estiva, lo disse chiaro e tondo: «Non rinnego certo il mio passato, ma adesso per me la Lazio è una rivale. E se segno a derby non avrò problemi ad esultare». Detto, fatto.

A rivedere peraltro le sue foto di quando giocava in biancoceleste, affiora alla mente la battuta con la quale la più ispida tra i "Compagni di scuola" di Verdone in un citatissimo film accolse un ultratrentenne belloccione per paragonarlo all'imbruttito Fabris: «Toscani è stato letteralmente graziato dagli anni e dalla natura: era uno schifo irriducibile». Kolarov ai tempi in cui frequentava Formello non scuoteva gli animi femminili come oggi presso le tifose della Roma. Migliora col tempo, questo il suo segreto. E se ne sono accorti anche i due allenatori che si sono succeduti sulla panchina giallorossa: Di Francesco lo mise in campo da subito e quando tornò a disposizione Emerson Palmieri condivise con la società l'idea di lasciare andare l'italo-brasiliano (accantonando la relativa plusvalenza) piuttosto che relegarlo alla concorrenza con il serbo. E quando sembrava ormai maturo il tempo per l'affermazione di Luca Pellegrini, talentuoso terzino covato da Trigoria, Fonseca, stavolta con Petrachi, non ci ha pensato due volte un paio di mesi fa a puntare sull'ormai quasi 34enne terzino serbo spedendo il ragazzino in orbita (Juve).

Più forte di qualsiasi plusvalenza, Kolarov si appresta adesso a rinnovare addirittura il suo contratto, a dispetto di qualsiasi previsione. E sì perché da quando si è presentato in giallorosso (direttamente nella tournée estiva americana di due anni fa) praticamente non è mai stato in discussione nelle gerarchie tecniche, al pari del suo amico Dzeko, uno con cui aveva già condiviso due titoli di Premier League e tre campionati e mezzi con la maglia del City.

Certo, anche lui è rimasto invischiato nelle difficoltà della scorsa stagione, al termine della quale è riuscito comunque a totalizzare uno score imponente considerando tutto: 43 presenze e 9 gol, di cui 8 in campionato, nettamente il difensore più prolifico della serie A e al momento, grazie anche ai gol con Genoa e Lazio, anche d'Europa nell'anno solare 2019 (6 reti). Dal mercato è arrivato Spinazzola che però, infortunio a parte, anche quando è stato a disposizione aveva cominciato facendo panchina al più illustre compagno oppure giocando a destra. A sinistra comunque gioca Kolarov, uno che non è mai stato un fenomeno nei duelli difensivi, ma che quando si tratta di attaccare nel calcio moderno non conosce troppi rivali. In più sta diventando un'arma letale sui calci piazzati: quest'anno ha già segnato sia su punizione (col Genoa) sia su rigore (con la Lazio) e in amichevole con l'Athletic Bilbao ha realizzato un gol alla Messi, cogliendo l'incrocio dei pali da quasi trenta metri.

E poi c'è l'aspetto atletico a impressionare più di ogni altra cosa: per il ruolo che fa, è il giocatore della Roma che in due anni ha giocato il maggior numero di palloni e corso il maggior numero di chilometri. Eppure in una squadra falcidiata dagli infortuni è uno che in due intere stagioni si è dovuto arrendere solo per delle contusioni (a volte dolorosissime, come per quel colpo che gli ha causato una frattura al mignolo) che comunque lo hanno tenuto lontano dai campi solo per poche partite. In due anni ha totalizzato 90 presenze, una in più del suo grande amico Dzeko. Sembrava dovessero andar via, sono rimasti entrambi. La Roma si poggia ancora su loro due.