«Non snobbatela... noi ci teniamo». Ottavi di finale di Coppa Italia contro l'Entella, 14 gennaio, Curva Sud. Sedici giorni dopo, allo stadio Artemio Franchi di Firenze, la ROMA prenderà sette goal dalla Fiorentina. Sette. Dalla Fiorentina. Ora pro nobis.

Una partita divenuta il manifesto della scorsa stagione calcistica, anzi caratteriale. Con parecchi, troppi, giocatori a lasciarsi scorrere addosso non solo la ROMA e i suoi tifosi ma anche, e soprattutto, la loro stessa professione in partite flosce, senza vita, né amor proprio. Non ve le ricorderò, non ce n'è bisogno. Perché non ve le siete dimenticate. Così come non dimenticherete mai, tornando al Franchi, Enzo Ghinazzi - in arte Pupo - cantare "Firenze Santa Maria Novella" a squarciagola in mezzo a tutti gli altri tifosi viola in trionfo.
Sette goal. Più Pupo.

E per fortuna che gli avevamo detto che ci tenevamo alla Coppa Italia perché altrimenti, chissà, magari ci toccava pure andare a letto senza cena anche se a letto senza cena, ogni volta che la ROMA perde, in molti c'andiamo per davvero tant'è il rodimento, la frustrazione e la delusione.
Già, che delusione. Per questo ogni cessione durante questo calciomercato non è stata né sarà un trauma: perché la scorsa stagione sono andato troppe volte a dormire a stomaco vuoto. A rigirarmi nel letto neanche tanto per la sconfitta in sé, quanto per il modo arrendevole e lassista con cui alcuni giocatori in campo l'avevano resa possibile. Non sto giustificando le cessioni, è il contrario: sto argomentando gli acquisti. Da fare. Perché non ho più tempo da perdere con il passato, ho troppa voglia di futuro. E di acquisti intelligenti. Nella convinzione che ogni soldo incassato venga reinvestito con raziocinio, coscienza, conoscenza. E seguendo un'idea.

L'ha detto Petrachi: «Chi viene qui deve avere entusiasmo». Eccola, allora, l'idea: l'entusiasmo. La voglia. Ma senza fare proclami perché non è più tempo di prospettare cose. È tempo di realizzarle, le cose. Cominciando a estromettere tutti quelli che, a prescindere dalle loro potenzialità, questo entusiasmo l'hanno perso per strada.
E allora quella è la porta.

Perché «la ROMA non è dei giocatori». L'ha detto il nuovo direttore sportivo e io lo condivido, specie da quando c'hanno strappato via Daniele De Rossi dal centro del campo, dall'anima: questa cosa non mi passerà mai. E mai la capirò. Ma se è vero che è terapeutico cercare sempre qualcosa di positivo anche negli eventi più negativi, allora anche il trauma De Rossi ci deve necessariamente costringere ad aprire gli occhi: va archiviata la ROMA dei calciatori. Questo calcio non ce lo consente più. Qui nella capitale. A Milano. Ovunque. Perché i procuratori fanno rimbalzare i calciatori di squadra in squadra alla ricerca di uno stipendio maggiore mettendo, per certi versi, le società sotto schiaffo. Per certi versi perché anche per loro questi continui trasferimenti rappresentano linfa vitale per realizzare vere o presunte plusvalenze. Il Viagra del calcio.

E se l'ho capito io che nel corso degli anni sono stato capace di vivere con turbamento quasi ogni singolo distacco (fosse per me la rosa della ROMA sarebbe composta di otto/novecento giocatori come Sebino Nela, Ciccio Desideri, Cufré, Mexes e pure il controverso Giovanni Cervone ancora ad allenarsi a Trigoria a dispetto della carta d'identità) allora anche gli altri, prima o poi, riusciranno ad aprire gli occhi.

Punto, e a capo. Ricominciamo allora. Con l'entusiasmo di chi arriverà e l'obbligo di rialzarsi di chi resterà perché questa «sarà la ROMA di tutti». Parola di mister Fonseca. A cui qualcuno dovrebbe suggerire di attaccare nello spogliatoio della squadra il poster dello striscione di ROMA-Entella, con accanto la foto di Pupo che canta dopo i sette goal di Firenze. Perché tutto questo non riaccada mai più.