AS Roma

Una nuova coscienza

In altri tempi la Roma avrebbe perso con Como e Napoli e non vinto col Cagliari. L’inciampo negli atavici difetti non c’è più, a prescindere dalle assenze. E qualcosa vorrà pur dire...

(GETTY IMAGES)

PUBBLICATO DA Federico Vecchio
29 Ottobre 2026 - 07:00

Non è che faccia proprio piacere. Sì, so tutto. So che è un disappunto, un fastidio, un sassolino nella scarpa, nulla di più. Ma quando che sono passate le otto, si arriva all’Obelisco e quelli stanno sei a due, con due rigori sbagliati, si spazia dalla preoccupazione del «nuovo Leicester», alla fiducia che «tranne il Milan e la Juventus, dimme contro chi hanno giocato». Quello che è certo, a quel punto, è che i punti sono sette e che devono diventare quattro. Per questa e per altre mille ragioni. Perché «i campionati se vincono battendo le piccole», perché «i pareggi in casa vanno bene cò l’Inter», perché «se vinci cò le riserve, vor dì che stai sulla strada giusta». 

Quindi, le mille ragioni ci riconducono, tutte, ad una soltanto: bisogna vincere questa partita, senza se e senza ma. Ora, l’assenza di Balerdi, il mancato rientro di Dybala, l’assenza di Koné pesano un po’. C’è la preoccupazione che «ce ne mancano troppi». E la lettura della formazione non aiuta. Un po’ perché «io avrei fatto riposare Mancini», un po’ perché «non capisco perché non faccia partire Ghilardi dall’inizio», un pò perché «con Malen parti da uno a zero pè noi: perché Castro?». Tutti questi perché, che passano di bocca in bocca, non fanno altro che sedersi nel seggiolino accanto a ciascun abbonato della Tevere, già indeciso, di suo, a capire «se Gollini è quello delle grandi parate o del terzo gol preso cor Napoli». Pronti, via, e, se un marziano, che nulla sa di nulla, guardasse i primi cinque minuti della partita, capirebbe subito che la Roma è la squadra di Gasperini. Quella palla, difatti, viaggia come su un binario, transitando dai piedi di uno fino ad arrivare laggiù, dove gli schemi avranno portato i movimenti dell’altro. 

Poi, però, un braccio di Pisilli, di quel Pisilli che «me sembra stralunato stasera. Ma già da Napoli, te devo dì», ci ricacciava in uno sprofondo dove albergano le nostre paure. A quel punto, quei sette punti diventavano l’Everest, e c’era poco da spargere ottimismo ricordando come «mancheno ottanta minuti più recupero» e come «la partita è tutta da giocare». Il problema è che ne abbiamo viste troppe, vissute troppe, subite troppe. E le beffe, si sa, si chiamano così proprio per questo. Perché arrivano quando meno te le aspetti. Ma la fortuna, la nostra fortuna, quest’anno ha un nome ben preciso, che è quello di Gasperini. E quando Lulli («ma che aspetta Mancini a chiamallo in Nazionale!?»), nella più pregevole delle azioni “da quinto a quinto”, su cross di Molina («Questo giocava cò Messi, nun te lo scordà …»), ci faceva subito ritrovare ossigeno ed entusiasmo, lì la sensazione è che l’avremmo ripresa, con i singoli, sì, ma soprattutto «col gioco». Detto, fatto. Il gol di Pisilli, per la Tevere, era «il gol di Gasperini», perché, come faceva notare un seggiolino particolarmente attento, «abbiamo segnato con lo stesso schema de Castro prima, solo che lì se l’è magnato …». 

Ma quando la serenità – termine, alla Tevere, per memoria storica, ahimé sconosciuto – avrebbe dovuto spandersi su tutti i seggiolini, iniziava a montare, come pioggerella sottile che prelude al temporale, una seria preoccupazione («Se nun famo er terzo, finisce male»; «questi arrivano in porta cò troppa facilità»). E questa preoccupazione, più che fondata, nasceva da una costatazione rapida, e cioè che «le verticalizzazioni loro, in mezzo al campo, non le fermiamo». Ma il primo tempo finiva, e l’intervallo era tutto sul «chi po’ mette pè chiudela». Il secondo tempo, purtroppo, iniziava con lo stesso passo del finale del primo. E, quindi, la Tevere era tutto un «ma che c’ha Balerdi?», «deve mette Malen», «se sbrigasse a fà uscì Mancini». Ma poi entravano Malen e Mora, che si aggiungevano a Wesley. Ma erano propri questi cambi a dare la misura del pericolo, che stava sempre lì, «cò quelle verticalizzazioni in mezzo che nun ce stamo a capì gnente».

Quindi, quando mancavano forse quindici minuti alla fine, ed entrava Maldini («Questo è pure laziale… è scritto…») troppa Tevere aveva già capito ciò che sarebbe stato. Perché puoi cambiare giocatori, allenatori, schemi, proprietà. Ma tu le partite, tu che stai seduto lì, da decenni, in quel seggiolino in Tevere, prima ancora di vederla le partite le senti addosso. Le senti sulla pelle. E già sai. Un po’ come i rigori di Budapest. E, quindi, quando Rensch, e poi Mancini, e infine Gollini («Peccato, aveva fatto una partita splendida, l’aveva prese tutte») non riescono ad evitare quello che sapevi bene che sarebbe successo, senti, da dietro e da davanti, da un lato e dall’altro, soltanto imprecare contro questo e quell’altro. Solo un seggiolino, con voce flebile ma ottimista, provava a rincuorare i più ricordando come «mancano dieci minuti: se po’ ancora fa’». E quando ci rendevano conto che di minuti non ne sarebbero serviti dieci, e nemmeno cinque, ma molti di meno, a quel punto era tutto una lode a Mora («Ha fatto Dybala!»), a Malen («I gò non li fa: se l’inventa»), a Gollini («c’ha tenuto in partita») e, soprattutto, a Gasperini («La nostra forza è il gioco: possiamo vincere contro chiunque»). E in quel momento gli ottantadue minuti contro il Real diventavano la regola, non l’eccezione. E quando, davanti la Palla della Tevere, mi fermavano a commentare ciò che era stato, mi cadeva l’occhio sul messaggio del mio amico, che, con nome di fantasia, continuerò a chiamare “Gabriele”, che mi faceva notare come «Negli anni passati avremmo perso a Como e Napoli e ci saremmo fatti incartare dal Cagliari». È vero: negli anni passati avremmo perso, ed avremmo pareggiato contro il Cagliari. Ma stavolta no. Stavolta, questo inciampo, così tanto romanista, non c’è stato. E non c’è stato malgrado mancassero «Balerdi, Hermoso, Dybala, Koné, Svilar, Pellegrini: mezza squadra di titolari». Ed allora, se così è stato, qualcosa vorrà pur dire. Non ci resta che scoprirlo, allora. Ma senza fretta. Piano piano. Cominciando da Udine. O meglio: proseguendo da Udine.

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