L’impresa eccezionale è essere normale: il finale da favola di Elsha
Stephan che alla sua ultima presenza in maglia giallorossa mette il sigillo definitivo sul ritorno in Champions della Roma è la chiusura di un cerchio
(GETTY IMAGES)
Qualcuno l’ha definito “il bacio d’addio”, e senza dubbio la metafora è calzante: Stephan El Shaarawy che alla sua ultima presenza in maglia giallorossa mette il sigillo definitivo sul ritorno in Champions della Roma è, in realtà, la chiusura di un cerchio. Perché arrivò nella Capitale mentre eravamo tra le grandi d’Europa e ci saluta ora che, dopo sette anni, ci siamo tornati. Sembra passata una vita – e calcisticamente è così, perché nel calcio usa-e-getta di oggi dieci anni equivalgono a una vita. Da un gol di tacco sotto la Sud all’esordio contro il Frosinone, nel gennaio 2016, a un diagonale destro nel finale al Bentegodi, lo stesso stadio in cui il Faraone ha cominciato a costruire la sua piramide: era il 21 dicembre 2008, Chievo-Genoa, e sapete chi c’era sulla panchina del Grifone? Sì, Gian Piero Gasperini, lo stesso tecnico che lo ha abbracciato domenica sera.
Nel mezzo ci sono stati Roma-Barcellona e Tirana, un 6-1 col Bodø/Glimt e l’immenso dolore di Budapest, il gol al Sassuolo che fece esplodere Mou e la doppietta nella magica notte contro il Chelsea. C’è stata persino una parentesi dall’altra parte del mondo, in Cina, che è servita soltanto a far capire a entrambe le parti che ognuna aveva ancora bisogno l’una dell’altra: perché c’è sempre tempo per un altro valzer, c’è sempre tempo per un altro abbraccio. E così Elsha ha reinventato se stesso, rispondendo presente alla richiesta d’aiuto della Roma e di Mou: esterno di centrocampo, praticamente terzino. Ma come, lui? Sì, perché se serve a qualcosa una sana cultura del lavoro, è proprio a questo: a rimboccarsi le maniche e a darsi da fare; in silenzio, senza proclami né polemiche. Stephan non ne ha mai fatti in dieci anni: anzi, si è fatto apprezzare per i toni pacati e gentili in un calcio sempre più strillato.
Dimostrato che - come diceva il poeta - «l’impresa eccezionale è essere normale». A volte il suo spirito di sacrificio è stato commovente (Roma-Milan di Europa League e tante altre volte), a volte non ha inciso come avrebbe voluto: “it’s football”, avrebbe detto un signore che ha preferito il Rennes alla Roma. Elsha invece a Roma è voluto tornare, perché – a differenza di tanti altri – ha capito che i soldi non sono tutto, e che le vere ricchezze sono altre. L’amore di un popolo, per esempio. In bocca al lupo, Ste. Da romanista, sai come si risponde.
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