L'Arsenal insegna: la continuità è la strada per il successo
La squadra di Arteta trionfa in Premier 22 anni dopo l’ultima volta, con un tecnico in sella dal 2019. Per vincere servono programmazione, pazienza e fiducia nel progetto
(GETTY IMAGES)
«Whatever the weather». Qualunque sia il tempo. Un verso di una canzone che in queste ore sta riecheggiando tra le strade della zona Nord di Londra, dove i tifosi dell’Arsenal stanno festeggiando un titolo atteso per lunghi 22 anni. «Qualunque sia il tempo» a testimonianza di una fede incrollabile, di un amore viscerale per la propria squadra del cuore: senza dubbio questo era il messaggio contenuto nelle righe scritte da Louis Dunford, all’interno di un brano divenuto l’inno ufficiale del club dal 2022. Ma possiamo prendere in prestito queste tre parole anche come paradigma gestionale, la stella polare di una programmazione che non ha conosciuto ribaltoni, ripensamenti o scossoni, giornate di sole o temporali, qualunque sia stato il tempo, ovvero i risultati, l’Arsenal ha saputo tirar dritto, rimanendo sempre sullo stesso binario. Perché quello che oggi l’Arsenal ha raccolto ha radici che affondano a piene mani nel passato.
Non per forza occorre ripartire dal luglio del 2006, quando fu inaugurato l’Emirates Stadium, la casa dei Gunners dopo 93 anni vissuti tra le mura di Highbury: ed è chiaro che dal punto di vista finanziario uno stadio di proprietà sposta parecchio, ma senza un chiaro progetto tecnico sarebbe diventato teatro di una serie di fallimenti in rapida sequenza. Per questo, senza dubbio, la data chiave è dicembre 2019, il momento esatto in cui Mikel Arteta ha assunto la guida del club londinese. Due ottavi posti, un quinto, tre secondi posti consecutivi, un FA Cup e due Community Shield prima del trionfo assoluto di questa stagione, che ha riportato i Gunners in testa alla Premier League.
Gli ultimi a riuscirvi, nel 2003-04, gli «Invincibles» di Wenger, capitanati da Thierry Henry. Cosa c’entra tutto questo con noi? Come può legarsi con la Roma? In che modo si può prendere spunto dal trionfo dell’Arsenal? C’è un filo invisibile che lega i Gunners al City di Guardiola, al Liverpool di Klopp, all’Atletico Madrid di Simeone e, perché no, all’Atalanta di Gasperini. Il tempo. Il tempo di svilupparsi, di crescere, di sbagliare anche, di non lasciarsi mai troppo condizionare dai «freddi» risultati di campo. Laddove c’è programmazione, fiducia, coerenza, stabilità tecnica e idee condivise, il campo restituisce. Trofei, anche in piazze dove non si vince tutti gli anni. E investimenti, sia chiaro. Dal 2019 a gennaio 2026 l’Arsenal ha investito 1 miliardo e 100 milioni di euro per i cartellini dei suoi giocatori, ma senza una direzione precisa da seguire sarebbero stati investimenti senza ritorno.
Nello stesso arco temporale a Trigoria si sono succeduti ben 6 allenatori: Fonseca, Mourinho, De Rossi, Juric, Ranieri e ora Gasperini. Tutti, o quasi, con la data di scadenza sul colletto della camicia. Progetti pensati in grande stile e abortiti poco dopo. Adesso la grande occasione c’è e i Friedkin, al bivio tra un senior advisor e un allenatore, hanno fatto una scelta di campo importante. Ma che necessita di convinzione, di una fiducia in grado di esser alimentata, di una visione che vada oltre i tre punti. Come quelli che mancano alla Roma per tornare in Champions League dopo 7 stagioni calcistiche. Una pioggia di milioni cadrebbe su Trigoria, la possibilità di allestire con fame e ambizione una squadra da vertice. Nel tempo, con idee, competenza e programmazione. Mettendo al centro del progetto il tecnico e le sue idee, la sua identità.
Il prossimo anno il club festeggerà il centenario dalla nascita della Roma: dall’ultimo Scudetto saranno passati 26 anni, quattro in più rispetto al digiuno (terminato) dei Gunners. È tempo di tornare a pensare in grande e di vincere. Con coerenza, stabilità e programmazione.
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