AS Roma

Ma Romanista de più

A Torino Mancini ha raggiunto le 300 presenze nella Roma. Agguantato Delvecchio, entro questa stagione può superare altre leggende. Ormai è uno di noi

(GETTY IMAGES)

PUBBLICATO DA Fabrizio Pastore
22 Gennaio 2026 - 07:00

Amore a prima vista. Fra Gianluca Mancini e la Roma deve essere stato così. Ma se anche il feeling più immediato e naturale può appassire, quello sbocciato ormai sei anni e mezzo fa dalle parti di Trigoria si è perfino rinforzato. Altro che crisi del settimo anno. Un nuovo contratto è alle liste per legare ulteriormente Mancio alla squadra della Capitale. La sua a pieno titolo, ora che è entrato nel gotha dei primi venti della storia romanista per numero di presenze. Il traguardo delle trecento partite tagliato nell’ultima a Torino, con tanto di vittoria e celebrazioni. Un simbolo come Delvecchio raggiunto nella classifica all time e altre leggende a portata già entro questa stagione: Bernardini, distante appena tre lunghezze; poi Di Bartolomei, Pruzzo e Panucci, in ordine crescente di gare collezionate in giallorosso. 

Due romani e due liguri, che però la Roma l’hanno scelta e sposata, come capitato a tanti altri provenienti da lontano, a volte da lontanissimo, che pure per vicissitudini di vita e carriera non sono riusciti a mettere in fila numeri altrettanto enormi. Mancini appartiene alla schiera dei Carpi, Venturi, Prati, Maldera, Cervone, Montella; come dei Cerezo, Boniek, Voeller, Taddei, Dzeko e delle altre decine di giocatori nati altrove, in alcuni casi all’estero, ma legati a doppio filo alla maglia e alla gente romanista.

C’è chi entra nei cuori dei tifosi attraverso giocate sopraffine, gol e trofei. E chi ci riesce tramite spirito di sacrificio, tempra, attaccamento. Per caratteristiche sarebbe facile associare Gianluca al secondo gruppo, se non fosse che la sua storia in giallorosso lo colloca di diritto anche nel primo. Dalla notte magica di Tirana alla rete del trionfo nel derby (con annessa celebrazione sotto la Sud, forse ancora più bella), passando per le sfide europee col Milan decise dai suoi centri e per la staffilata che ha steso la Juventus, oltre a una serie infinita di prestazioni altisonanti: sono tante le giornate di gloria anche personale che lo hanno reso simbolo. Carismatico come tecnico. Fin dal suo arrivo.

Quando la Roma lo acquista dall’Atalanta, Mancini è uno dei difensori più promettenti del nostro campionato, soprattutto grazie ai diversi gol realizzati sotto la prima guida di Gasperini. Eppure nella difesa a 4 della Roma di Fonseca versione 2019-20 nemmeno parte titolare. Il debutto avviene sì nel primo turno di campionato, ma a gara in corso (contro il Genoa). La panchina però dura un battito di ciglia e già nella giornata successiva (il suo primo derby) conquista una maglia da titolare, mostrando personalità e quella cattiveria agonistica da molti auspicata. La tendenza lo porta però a ricevere cartellini con eccessiva frequenza. A metà girone d’andata Cristante si aggiunge alla lunga lista di giocatori in infermeria, il centrocampo è in piena emergenza e il tecnico portoghese riporta il numero 23 nel ruolo originario, quello occupato nelle giovanili della Fiorentina: mediano davanti alla difesa. Lì Mancini offre prestazioni eccezionali, confermandosi duttile, dotato di buona visione di gioco e bravo con i piedi, oltre che nel gioco aereo. Quando il reparto si ripopola, torna dietro, trovando un’intesa quasi congenita con Smalling. La linea si trasforma a tre, all’inizio con Kolarov, poi con Ibañez. Mancini resta il punto fermo, perfino più dell’esperto inglese, che però è soggetto a ripetuti guai fisici. 
Quando arriva Mourinho, Gianluca sembra il prototipo perfetto del centrale desiderato dallo Special One. E non è soltanto un’impressione. Il feeling fra i due scocca subito: il difensore incarna l’emanazione sul campo dell’allenatore (che non a caso lo designa vice Capitano). Empatico coi suoi, inviso agli avversari, grintoso, combattivo fino allo stoicismo (come quando gioca col volto insanguinato contro l’Udinese), concreto, affamato di vittorie. La più bella arriva il 25 maggio 2022, proprio grazie a un suo assist. La coppa nel cielo di Tirana è consegnata all’eternità. Mancio e Mou si stringono sempre più ai romanisti - ricambiati - ma pochi mesi dopo le lacrime condivise e la promessa di Budapest il portoghese viene esonerato. Al suo posto arriva De Rossi. Come il predecessore, Daniele si affida totalmente al numero 23, che ricambia con la sua stagione più prolifica in termini realizzativi (7 reti totali fra Europa League e Serie A), dimezzando le sanzioni e con un derby da sogno: gol decisivo sotto la Sud e festa grande, con sbandierata annessa che toglie il sonno ai dirimpettai. Mancini è definitivamente uno di noi. Il resto è storia recente: l’altro inopinato strappo con DDR, la cavalcata con Ranieri, l’arrivo di Gasp, suo primo mentore. Per tutti resta una colonna. Per i tifosi anche di più.

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