Bertagnoli filava. Come un treno, anche se in porta, ma sfoderando prestazioni fantastiche che hanno permesso di sognare e sfiorare uno scudetto che sarebbe stato leggendario.

E Bertagnoli fila ancora, tessendo il racconto di quell'intensa esperienza con l'attualità romanista - di nuovo nel segno di Ranieri proprio come quando giocava lui - che ancora oggi segue con insospettabile passione. «La Roma e Roma mi sono rimaste dentro: un giorno vorrei tornare a viverci», dice con più di un tono di nostalgia. Per ora Julio Sergio è in Brasile, dove studia da allenatore.

Da 4 anni hai intrapreso la nuova carriera: come procede?
«Bene, sto imparando. Allenare non è semplice, ma mi piace e ho avuto tanti esempi che mi aiutano».

Fra questi due degli ultimi tre tecnici romanisti.
«Sì, Spalletti e Ranieri mi hanno insegnato tantissimo. Da entrambi ho tentato di prendere qualcosa».

Cosa?
«Luciano lavorava molto sulla tattica, con lui abbiamo giocato splendidamente, soprattutto nella stagione in cui abbiamo sfiorato lo scudetto, nel 2008»

E Ranieri?
«Claudio è stato intelligente: ha ripreso il lavoro precedente, aggiungendo le sue convinzioni e il suo carattere. Lui era più tranquillo, Spalletti più esplosivo».

Ti definì "il miglior terzo portiere del mondo".
«Non mi diede fastidio, davvero. Lui mi riteneva importante nello spogliatoio, tanto che chiese il mio rinnovo di contratto più volte. In campo aveva più fiducia in altri, ma era legittimo e l'ho rispettato».

Però sei diventato titolare quando è andato via.
«È successo quando è arrivato Claudio, quasi per caso. A un certo punto ho cominciato a giocare e ho cercato di ripagare le sue aspettative. Nella mia crescita è stato fondamentale il suo preparatore, Giorgio Pellizzaro: mi ha insegnato tanto dentro il campo, ma anche fuori».

Che stagione fu quella?
«Fantastica. Eravamo una squadra molto forte, con almeno due grandissimi giocatori per reparto, che forse aveva solo bisogno di ritrovare motivazioni e ci riuscì grazie al lavoro psicologico di Ranieri».

Il momento decisivo?
«Per me il derby d'andata. Avevo giocato poco e non ero molto tranquillo, sapendo l'importanza della sfida. Ma è finito tutto con quella parata su Mauri».

E ti sei ripetuto al ritorno.
«Eravamo sotto di un gol e a inizio secondo tempo loro ebbero un rigore, per fortuna riuscii a pararlo e Vucinic fece il resto segnando due gol: un'emozione infinita, i nostri tifosi in delirio. Indimenticabile».

Avevate anche battuto l'Inter.
«Loro erano fortissimi, ma anche noi eravamo una bella squadra e viaggiavamo sulle ali dell'entusiasmo. Siamo scesi in campo convinti di poter vincere, la testa è tutto».

Ricordi quella notte?
«Impossibile dimenticarla. Anche adesso, tramite i social, ne parlo con i tifosi. Il boato al gol di Toni credo abbia fatto tremare la città».

Poi però la maledetta gara con la Samp. Che è successo?
«Ancora oggi non riesco a spiegarlo. Avevamo speso tante energie e abbiamo avuto 10 minuti di black out, purtroppo determinanti».

Eppure all'ultima a Verona c'erano ventimila tifosi con voi.
«Loro sono straordinari, non ci hanno mai lasciati soli. Ma noi giocavamo ancora convinti di poter vincere e a fine primo tempo eravamo campioni. Lo meritavamo, mi viene da piangere pensando a com'è finita».

Dopo quell'anno strepitoso non ti sei più ripetuto.
«So di non essere mai stato un fuoriclasse, ma senza infortuni la storia avrebbe potuto essere diversa».

Una volta sei rimasto in campo nonostante il ko.
«A Brescia, mancavano pochi minuti, avevamo esaurito i cambi e ho pianto per il dolore, ma volevo vincere e ho giocato col piede rotto».

Sei più tornato a vedere la Roma dal vivo?
«Due o tre anni fa, per una partita europea. L'Olimpico mi mette sempre i brividi: l'inno, l'atmosfera, voglio portarci mio figlio».

Sei rimasto molto legato.
«Ricordo che una volta Vito Scala mi disse: "chi viene da fuori capisce soltanto dopo cos'è Roma". Aveva ragione, mi mancano tre cose: il tifo romanista, il metabolismo e la busta paga. Battute a parte, finché sarò su questa terra avrò desiderio di tornare a vivere lì da voi».

Hai anche origini italiane.
«È stata un'emozione conoscere i parenti. Anche in questi periodi di crisi è una fortuna vivere in Italia. Te ne accorgi solo quando vai via. Sento la saudade al contrario».

Qui ci sono ancora due tuoi ex compagni di squadra.
«Devo tornare anche per sfidare Totti a padel. È un fuoriclasse, è stato un onore giocare con lui. Può diventare un ottimo dirigente».

E De Rossi?
«Daniele è una personalità forte, che vive la Roma totalmente, restando ad alti livelli. Nei miei anni era fra i migliori mediani al mondo, se sta bene può continuare».

Conosci Fuzato?
«È giovane ma ha mezzi tecnici importanti. Se avrà opportunità di giocare, può diventare forte».

Mirante ha sostituito Olsen come tu hai fatto con Doni.
«Mirante è esperto, una garanzia. Per me Olsen resta un grandissimo portiere. Ma quando arrivi dall'estero in Italia ci vuole tempo».

La Roma può centrare la qualificazione in Champions?
«Nel calcio tutto è possibile, non è facile, ma Claudio è la persona giusta per l'impresa. Tifo per lui».