Come si cambia per non soffrire lo insegna Claudio Ranieri. Il pratico per eccellenza, il normalizzatore, l'uomo chiamato a risolvere problemi. Novello Mister Wolf poco tarantiniano e molto romano, tornato sulla panchina giallorossa ad affrontare le mille difficoltà in cui si trova(va) invischiata la Roma, perché ai richiami del cuore non si può resistere. Anche quando la testa suggerisce direzioni più comode. Non è stato facile il suo approccio: una vittoria soffertissima all'esordio con l'Empoli, una sconfitta densa di polemiche e strascichi da spogliatoio con la Spal, la débacle col Napoli che di speranze per il finale di campionato ne lasciava davvero poche. Poi, all'improvviso, la testa rialzata nella gara con la Fiorentina, dopo un primo tempo che lasciamo perdere, un doppio svantaggio che avrebbe steso tanti e a maggior ragione un'anima fragile come la squadra di qualche settimana fa. Eppure in quel momento qualcosa è cambiato.

Dopo aver incassato una rete anche dall'ex di turno Gerson, è scattata la reazione. Più tardiva di quanto sarebbe stato lecito attendersi, ma meglio che mai. La Roma ha cominciato se non altro a comportarsi da corpo unico, riponendo esitazioni e personalismi. Dal nuovo spirito è nata la vittoria di Genova con la Samp e quella in casa con l'Udinese. Entrambe a porta inviolata, rarità assoluta negli ultimi tempi, inedito stagionale in due partite consecutive di campionato. Non è servita la bacchetta magica, è bastato avere maggiore senso di gruppo e quel pizzico di attenzione difensiva in più rispetto al recente passato, che hanno trasformato un colabrodo in una formazione ancora molto lontana dalla perfezione, ma che almeno trasmette il minimo sindacale di solidità. Elementi basilari per tentare la scalata a posizioni mai raggiunte quest'anno: i tanto anelati terzo e quarto posto, utili per la qualificazione alla prossima Champions e per continuare a pensare in grande, restando sui livelli sempre raggiunti nell'ultimo lustro.

Per raggiungere l'obiettivo, è stato necessario recuperare alla causa una serie di giocatori che per i più disparati motivi sembravano smarriti. Uno dei simboli del nuovo corso è Mirante, "dodicesimo" designato fin dall'ultima sessione estiva di mercato, ma titolare fin dal match con la Fiorentina, dopo una serie di uscite a vuoto - metaforiche quanto pratiche - di Olsen, che hanno convinto Ranieri ad affidarsi all'usato sicuro. Davanti a lui, sembra un altro anche Fazio. Il Comandante della difesa a testa alta e petto in fuori visto nelle prime due stagioni aveva lasciato spazio a una sorta di gemello diverso, irriconoscibile per svagatezza e smarrimento. A Marassi come con l'Udinese si è rivisto il gigante sicuro di sé, insuperabile di testa, puntuale nell'anticipo e capace di costruire gioco da dietro. Nella partita più recente la penuria di terzini ha poi costretto il tecnico a inventare una linea arretrata con due centrali decentrati sulle fasce: a sinistra Marcano ha disputato una prestazione