Game over. Meglio così, per certi versi. E non lo diciamo cercando una consolazione allo sfascio che è andato in scena ieri pomeriggio all'Olimpico. Meglio così perché anche gli ultimi dubbi si sono sciolti come neve al sole, giusti giusti come questa Roma impresentabile. Di segnali, nel corso di questa stagione, ce ne erano stati fin troppi, ma tutti i capoccioni di Trigoria, compreso soprattutto quello che se ne è tornato nella sua Siviglia estraniandosi dalla lotta, avevano pensato a mitigare, posticipare, ridimensionare, ignorare.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti, una stagione fallimentare, una Champions da salutare, un allenatore da trovare, una squadra da rifare, un monte ingaggi da diminuire, plusvalenze da realizzare, un mercato da inventare, un ambiente da ricostruire. Per dare la dimensione di una Caporetto che neppure il peggiore nemico (e ce ne sono di nemici) avrebbe mai immaginato di queste proporzioni, c'è l'immagine di quei tifosi, quando mancavano una decina di minuti al fischio finale, che hanno preso anzitempo la strada di casa, abbandonando l'Olimpico: la dimostrazione di una resa senza condizioni, roba che non è da romanisti.

L'urlo di Pallotta

Cambiano poco, anzi niente, le parole al veleno di James Pallotta, arrivate con i potenti mezzi della comunicazione di questi tempi. Parole durissime: «Tutti sanno cosa è andato storto quest'anno e per questo abbiamo dovuto cambiare. Ma il tempo delle scuse è finito. La partita con la Spal era stata inaccettabile, quella contro il Napoli è stata anche peggiore. I giocatori devono lottare e mostrare che hanno le palle. Nessuno ha più alibi». Si potrebbe pure essere d'accordo. Ma non sarebbe il caso, mister president, di venire qui, a Roma, a Trigoria da dove manca da una vita, e urlarglielo in faccia a questa banda disarticolata e senz'anima che è la Roma di questa stagione?

A questi giocatori che stanno calpestando anche la loro dignità? A questo gruppo che non è mai stato tale? Perché forse non glielo hanno detto o non se ne è accorto, ma i buoi sono scappati da un pezzo dalla stalla e chissà dove sono finiti. La Roma di quest'anno è stata sempre, sottolineiamo sempre (seconda giornata di campionato, il primo tempo contro le riserve dell'Atalanta), un pastrocchio inestricabile, una non squadra, travolta da cambi di giocatori, moduli, soprattutto da una serie infinita di infortuni, calpestata da un mercato monchiano che non ne ha indovinata una neppure per sbaglio, compreso quello di gennaio dove el senor spagnolo ci ha detto, e dobbiamo immaginare lo abbia detto anche a lei, che non c'era bisogno di intervenire su questa squadra e che un paio di acquisti non avrebbero avuto la conseguenza di cambiare una squadra sbagliata e incompleta.

Roba da matti. Intervenire adesso non si può più. Questa è la Roma e questa ce la dobbiamo tenere ancora per nove partite. Questa dove Dzeko è l'ombra nervosa del bomber che è stato. Questa dove Nzonzi è un campione del mondo più o meno come Barone. Questa dove i quarantadue milioni per Schick sono un insulto alla fame nel mondo. Questa dove Fazio vaga per il campo inseguendo un pallone che non riesce più a prendere neppure per sbaglio. Questa dove Olsen è un'ipotesi sbagliata di portiere più che un estremo difensore in grado di garantire almeno il minimo indispensabile. Questa dove il fantasma di Pastore ha ancora quattro anni di contratto a cifre che voi umani. Questa dove Marcano si è capito perché il Porto lo abbia lasciato partire a parametro zero. Questa dove Kluivert altro che Barcellona. Questa dove l'infermeria ha sempre presentato il cartello del tutto esaurito. Questa che deve affrontare ancora nove partite e sarà il caso che i giocatori se ne rendano conto sentendo l'obbligo di onorarle con tutto quello che hanno inseguendo comunque un posto in Europa, se non altro per rispetto di una tifoseria che lo merita. Poi ci sarà tempo. Per rifare tutto.