L'uomo dei sogni ha i capelli spruzzati di biondo, gli occhi che parlano e sorridono, il cuore che non sa fingere, la pelle che sa emozionarsi, le lacrime dei puri, la gestualità mediterranea, il passaporto inglese. Tammy Abraham. Gioco, partita, finale, un sogno che continua. Nono gol in questa Conference con quella capocciata che ci ha mandato in Paradiso, poi difeso senza correre quasi mai rischi, con Tammy che non si è risparmiato neppure un secondo, davanti, indietro, di lato, di sopra, di sotto, quel capoccione biondo stava ovunque in un Olimpico da svenire e che sarebbe pronto a trasferirsi a Tirana in blocco se solo fosse possibile. E allora Tammy ridi, piangi, esulta, bacia, trascina, abbraccia, intona l'inno, prenditi i complimenti di mister Dan e mister Ryan che ti stanno aspettando sotto le scalette per abbracciarti e ringraziarti, insieme a tutta la loro Roma che dopo trenta anni sta riassaporando il profumo di una finale europea.

Tammy come Rudi Voeller contro il Borendby, sempre lì, nella porta sotto la Curva nord. O come il Divino Paolo Roberto Falcao allo scadere della sfida contro il Colonia che ha rappresentato l'angolo della nostra storia. O anche come Kostas Manolas, appena quattro anni fa, con quella capocciata a matare il Barcellona in una notte indimenticabile come quella ch stiamo vivendo. Ci ha pensato l'uomo dei sogni arrivato da Londra, mangiando in testa a Pereira, a regalarci l'ennesima emozione di questa stagione, venticinque i gol tutto compreso di Tammy, ma nessuno pesante come questo, un gol da finale, un gol per continuare a sognare. E allora raccontaci Tammy di questa notte che sarà impossibile da dimenticare: «Fantastica. Sono felicissimo. Per Roma e la Roma. I nostri tifosi sono stati straordinari. Loro avevano vinto prima ancora che l'arbitro fischiasse l'inizio. Ci sono stati sempre al fianco, non hanno mai smesso di cantare. Ma non li senti? E' finita da un pezzo, ma loro stanno ancora lì a cantare la loro gioia: meravigliosi».

Sì che li sentiamo ma, cerca di capirci Tammy, noi li conosciamo da oltre mezzo secolo, sappiamo chi sono anche se sono sempre in grado di stupire. Come hanno fatto contro il Leicester, sempre presenti, ancora di più nella difficile e faticosa parte finale della partita quando hanno letteralmente trascinato la Roma ad andare oltre anche l'ostacolo della fatica. E con Tammy nostro si è ormai stabilito un rapporto straordinario: «Io non ho più parole per questi tifosi. Questa finale è un sogno che si avvera. La Roma meritava una finale da tempo, sono felicissimo per tutti questi tifosi che sanno essere unici. L'ho detto sin dal primo giorno che sono sbarcato a Roma. La gente romanista mi ha sostenuto subito e io ci ho messo un attimo a innamorarmi di loro. Sanno farti sentire il loro amore e tu giocatore non puoi che dare sempre il massimo, anche quando le gambe non ti reggono più. Non potrò mai ringraziarli abbastanza per quello che mi hanno dato. Mi hanno fatto subito sentire a mio agio e Roma ormai è casa mia. Ho sempre detto e pensato che avrei voluto vincere con questa maglia. Una serata come questa sarà impossibile da dimenticare. E' stata un'emozione unica. Alla fine non so dove ho trovato le energie per festeggiare, ma le ho trovate, non poteva stare seduto in panchina. Il fischio finale è stato un'autentica liberazione».

Una serata in cui l'inglese, come sempre del resto, ha dato in campo tutto quello che aveva in corpo. Negli ultimi venti minuti si vedeva che era allo stremo, i suoi segnali verso la panchina erano fin troppo chiari, ma se c'era da fare un altro scatto, Tammy è stato sempre pronto a farlo. Fino a quando Mourinho gli ha risparmiato i minuti finali mandando in campo Shomurodov. Già, Mourinho. Il tecnico che lo ha voluto a Roma dopo il tradimento di Dzeko, lo Special One che lo sta trasformando in un campione, il portoghese che sa come stimolarlo visto che continua a dire che lui da Abraham si aspetta di più perché può dare di più: «Per Mourinho parla la sua carriera. Si può vedere facilmente l'importanza che il nostro allenatore ha avuto nella costruzione di questa Roma che è riuscita a centrare la finale di Conference. Sin dall'inizio avevo detto che sarebbe servito tempo per costruire una Roma vincente. Ma una volta che ci siamo conosciuti meglio, le cose sono andate sempre meglio e ora stiamo raccogliendo i frutti. Meritiamo questa finale per tutto quello che abbiamo fatto nella stagione. Qualcuno mi ricorda che un anno fa ho vinto la Champions con il Chelsea e che ora sono in corsa per la Conference. Io non faccio differenze. I trofei sono tutti importanti. Questo è un torneo nuovo con tante buone squadre di qualità, per me non fa alcuna differenza con la Champions. A Tirana ci sarà in palio un altro trofeo, cioè un'altra occasione per vincere». Siamo tutti Tammy.