Con le palle. Quelle di Dzeko. Che alla fine ha manifestato la sua gioia con un post su Facebook, una foto con una scritta comparsa su un muro, sei bella come un gol al novantesimo, che poi era il novantacinquesimo, come poi ha corretto nel post il bosniaco. Con quel gol di palle. Consentiteci il francesismo, ma è andata proprio così. Abbiamo visto fare gol in tante maniere, pure di chiappa (ricordate Totti a Torino?), stinco, nuca, spalle, schiena, coscia, ma di palle mai. È successo ieri sera a Frosinone.

All'ultimo giro di lancetta di una partita che la Roma stava buttando al cesso come tante già in questa stagione in cui, chi sopravviverà, avrà la certezza di non avere problemi di cuore. Lancio in verticale del Capitano, la qualità tecnica e mentale di El Shaarawy a capire tutto in anticipo, sinistro dolce al centro per il bosniaco che l'ha messa dentro con i suoi gioielli, lì, proprio sotto il settore dei tifosi giallorossi perché non sarai mai sola, roba che meriterebbero un monumento a prescindere. Gol da tre punti per una vittoria che, speriamo, a fine stagione, di poter definire come decisiva per riprendersi quella zona Champions che ci piace tanto.

Imprescindibile Edin

Un monumento, peraltro, lo meriterebbe pure Edin Dzeko. Non c'è Roma senza il bosniaco. Ennesima conferma contro il Frosinone in novanta minuti più recupero in cui è stato la Roma, come sempre più di sempre. Ha giocato partite migliori, sia chiaro. Ma è stato lui lo spirito, l'anima, la rabbia, la voglia di una squadra che era stata capace di un approccio alla partita da ufficio inchieste, quasi che fosse rimasta negli spogliatoi per una venticinquina di minuti. Poi, Edin. Che si è andato a prendere un pallone nell'area ciociara con Goldaniga che sembrava un difensore della Roma, lo ha messo giù e di destro ha pareggiato la partita che fino a quel momento aveva visto i giallorossi pericolosi con un colpo di testa di El Shaarawy.

È stato solo l'inizio. Perché settantadue secondi dopo, questo gigante che ha piedi da fuoriclasse, ha gestito un pallone in mezzo al campo, il difensore del Frosinone si sta ancora chiedendo dove sia finito il pallone. Lo illuminiamo: è finito sui piedi del Faraone servito da Edin, diagonale, parata di Sportiello, tap in di Pellegrini a ribaltare partita e stati d'animo. Solo che con questa Roma non si può mai stare tranquilli. Soprattutto se si mette in testa di gestire. Perché finisce sempre per essere punita, pareggio subito da oggi le comiche, tutti i santi del paradiso richiamati in terra.

Fino a che non è ricomparso il bosniaco al termine di una partita che ha vissuto con i nervi a fior di pelle (colpa dell'arbitro Manganiello, scarso parecchio, che lo aveva espulso a Firenze e ieri sera gli ha dato un cartellino giallo che non stava nè in cielo nè in terra?), pure un'animata discussione in campo con De Rossi, poi tutto chiarito, ma ci credete se vi diciamo che abbiamo temuto che potesse beccarsi il secondo giallo? Invece al novantacinquesimo, il gol di palle, fondamentale, l'ennesimo nei suo quattro anni in giallorosso, un'esultanza da romanista sotto i suoi, i nostri tifosi, addirittura il rischio di cadere per la gioia, un'anima e uno spirito romanista che sarebbe bello fossero presi da esempio.

I numeri non mentono mai

Con la doppietta di ieri sera, Dzeko è salito a sette gol in questo campionato, 85 complessivi in tutte le competizioni (Balbo è a due lunghezze), staccato Delvecchio al settimo posto nella classifica dei bomber di tutti i tempi, 60 in campionato, 2 in coppa Italia, 23 in Europa, 15 in Champions a meno 2 dal Dieci che ieri sera stava in tribuna e pure Totti capirà se al bosniaco auguriamo di raggiungerlo e superarlo già in questa edizione Champions. Potrebbe esserci pure la prossima, ha un altro anno di contratto e lui vorrebbe prolungarlo. La Roma ha dei dubbi, fino a ieri sera potevano essere pure condivisibili. Da Frosinone non più. Perché è uno di noi. Perché Dzeko è per sempre.