La serata magica di Cristian Volpato ed Edoardo Bove, capaci di guidare la Roma alla rimonta contro il Verona, offre due spunti di riflessioni di matrice opposta. Il primo, quello positivo, evidenzia l'ottimo lavoro fatto dal club giallorosso in termini di settore giovanile: Alberto De Rossi, ma anche gli allenatori dei più giovani, sanno coltivare l'enorme potenziale a loro disposizione, complice la politica della Roma, società che da sempre ha un occhio di riguardo per il vivaio. L'altro aspetto, però, mette in luce l'atra faccia della medaglia, vale a dire la prestazione dei più esperti, apparsi nel primo tempo totalmente in balia dei gialloblù sabato. Da gente come Rui Patricio, Smalling, Karsdorp, Kumbulla, Cristante, Sergio Oliveira, Viña, Maitland-Niles, Pellegrini e Abraham ci si aspetta di più. Vero, le assenze erano tante, ma non possono fornire un alibi per i primi 45' disputati dai giallorossi. Così come non ci si può aggrappare sempre ai limiti tecnici, che pure ci sono: è compito della squadra provare a superare questi limiti, gettando il cuore oltre l'ostacolo e dando sempre il massimo. Può non bastare, ma almeno in quel caso ci sarebbe ben poco da rimproverare loro. Invece la squadra è entrata in campo molle e scarica, come già accaduto in passato (vedi la gara di Coppa Italia contro l'Inter): l'approccio mentale è importante tanto quanto la prestazione, e in tal senso José Mourinho può fare poco. Spetta ai calciatori tirare fuori il massimo, per evitare di trasformare quella attuale in un'altra stagione anonima, come accaduto l'anno scorso. Tre punti tra Genoa, Sassuolo e Verona (due delle quali in casa) non possono soddisfare, se si vuole correre per l'Europa. I tifosi, per l'ennesima volta, hanno dimostrato tutto il loro amore e attaccamento, riempiendo l'Olimpico per quanto possibile in virtù delle norme anti-Covid; ma, al triplice fischio di Pairetto, i fischi sono stati la degna risposta a quanto visto in campo.

Alzare l'asticella

Perciò, piuttosto che invocare più spazio per i pur bravi ragazzi provenienti dal settore giovanile, quello che ci si aspetta è una risposta netta, un'inversione di tendenza sul terreno di gioco, da parte di chi quei ragazzi dovrebbe guidarli, facendo loro da esempio. Nonostante i dieci assenti tra squalifiche, infortuni e Covid, sabato contro il Verona erano in campo diversi calciatori titolari nelle rispettive nazionali e altri che vantano almeno 200 presenze in massima serie. Al netto del valore della squadra di Tudor, obiettivamente difficile da affrontare, la facilità con cui questa ha trovato la via del gol è stata a dir poco imbarazzante. In tal senso, la difesa rimaneggiata è un alibi soltanto parziale, ma non sufficiente a giusitificare quanto accaduto.
Del resto, tutti questi problemi si sono visti anche quando in campo c'erano tutti (o quasi) i cosiddetti titolari: con il Sassuolo mancavano soltanto Ibañez e Zaniolo; contro il Genoa c'erano praticamente tutti. In quel caso il Var ci ha messo del suo, annullando a Zaniolo il possibile gol-vittoria, ma anche nella sfida con i rossoblù si era vista una Roma con il freno a mano tirato durante tutto il primo tempo. La rosa, pur con tutti i limiti ribaditi da agosto ad oggi, può e deve ambire a qualcosa di più di un ottavo posto (l'attuale posizione in classifica, dopo la vittoria della Fiorentina contro l'Atalanta).

Note liete

I due protagonisti della serata di sabato, a cui va aggiunto Nicola Zalewski, hanno dato l'esempio: sono entrati in campo senza paura, forse anche a mente sgombra perché non avevano eccessive pressioni visto come si era messa la gara, ma hanno mostrato carattere e personalità. Con ogni probabilità torneranno a sedersi in panchina quando torneranno a disposizione gli assenti, ma intanto hanno risposto "presente" alla chiamata di Mourinho. Sono un patrimonio e come tale vanno gestiti. Con la speranza che i più esperti dimostrino di meritare questa maglia e che siano loro a guidare i più giovani, non il contrario. La stagione è ancora lunga, ma di certo serve ben più di quanto visto finora.