Sono affari di famiglia. Dislocati in due città differenti, identificati in due squadre distinte e distanti. Eppure seguono lo stesso filo, partono dallo stesso luogo e hanno in comune un cognome importante: Masetti. Guido «che è il primo portiere», come recita la canzone di Campo Testaccio.

E a distanza di generazioni, Sandro che è tifoso dai primordi del movimento ultras. Zio e nipote. La storia si dipana fra Verona e Roma. All'ombra dell'Arena per la trasferta dei giallorossi contro il Chievo, contattiamo Masetti junior, che da sostenitore doc dell'Hellas fa capire subito l'antifona: «Mi raccomando, vincete». Missione compiuta.

Tuo zio ti avrà mica fatto diventare simpatizzante romanista?
«La fede per il Verona non si discute, ma a casa nostra negli anni si è respirata tanta Roma».

Tutti gialloblù, tranne uno...
«Zio Guido amava profondamente la Roma».

Dal punto di vista del tifo una pecora nera per voi.
«Ma no, assolutamente. Io non ero ancora nato quando si è trasferito nella Capitale, ma è stata una gioia per tutta la famiglia».

Una gioia?
«Certo. Erano anni difficili, grazie alla sua straordinaria carriera nel calcio tutti sono stati meglio».

Nonostante la squadra?
«In famiglia erano, siamo ancora, fieri di lui: era un grandissimo portiere, ha fatto parte della Nazionale campione del mondo. Ho ascoltato tante volte il racconto del rigore parato contro il Venezia, decisivo per lo scudetto romanista, vinto da Capitano. Ma non solo».

Cos'altro?
«Mio padre ne parlava con orgoglio e mi diceva che era stato il primo in Italia a rinviare lungo con le mani, un gesto fino ad allora esclusiva del cecoslovacco Planicka».

Lo vedevate spesso?
«Mio padre soprattutto. Guido lo chiamava per farsi raggiungere a Roma: conosceva tutti i giocatori».

Altri tempi.
«Già. Pensa che gli permettevano di restare in ritiro con loro e finiva sempre a dormire con Fulvio Bernardini».

Come mai non con tuo zio?
«Perché Bernardini dormiva, a differenza di zio Guido» (ride, ndr).

Cosa faceva lui?
«Se ne andava in giro di notte, gli piaceva la bella vita».

Era un tipo esuberante.
«Scherzava sempre, portava un sorriso sulla bocca di tutti. Era talmente innamorato di Roma da diventare un vero romano, oltre che romanista: allegro e guascone».

Tanto da individuare l'avversario nel Nord, in una famosa intervista alla vittoria del secondo scudetto.
«Come no, a Genova. Lui in tribuna, già in là con gli anni ma felicissimo, a rinverdire le antiche rivalità. E faceva ridere che dicesse tutto con accento veronese».

Sembri molto legato al suo ricordo.
«Lo sono. Sentirlo parlare era come stare in campo: un'emozione. Andai a trovarlo in una trasferta della Roma vicino Verona, era allenatore all'epoca e a me bambino appassionato di calcio fece conoscere tutti i giocatori: fu fantastico».

E da grande?
«Mi è rimasto impresso un episodio: mi sembra fosse il 1976, venni a Roma e mi portò a mangiare in un ristorante del centro. Al momento del conto, l'oste disse: "Non scherziamo, i Masetti non pagano". Aveva smesso da più di trent'anni, eppure era ancora amato».

Nessuno sfottò fra i Masetti?
«Ricordo quando il Verona tornò in A, nel 1968: battemmo la Roma 2-0 e lo prendemmo in giro tutto il giorno sulla prestazione di Losi, per il quale lui stravedeva: si incazzò, promettendo che all'Olimpico si sarebbe vendicato, anche se poi vincemmo anche al ritorno. Ma erano sfottò bonari, lo adoravamo».

Anche i tifosi.
«Moltissimo. Negli Anni 70 fra noi e i romanisti c'era un rapporto di amicizia e mi ricordo che quando seppero che ero il nipote del mitico portiere di Testaccio, cominciarono a trattarmi non solo con rispetto, ma con affetto».

Sorpreso?
«Per niente. Conosco bene il cuore romano e romanista: zio Guido era uno di voi».