Da "di più" a uomo in più. La crescita calcistica di Bryan Cristante è tutta nel contesto: di una locuzione, ma soprattutto di una maglia, differente da quella con cui è cresciuto fino a diventare professionista. Fra Milano e Roma ci sono ben più dei 570 e passa chilometri di distanza. C'è un mondo. Spesso agli antipodi. E chi sceglie un emisfero dopo aver vissuto nell'altro, quasi sempre sceglie di sposare quelle differenze, di incarnare l'idea cui va incontro. Perfino se nasce dal lato opposto. Maldera e Delvecchio sono in epoche diverse archetipi dei milanesi che abbracciano la Capitale fino a restarne avvolti, conquistati, accasati. Cristante è nato milanista, non milanese. Ma proviene addirittura da più lontano: San Vito al Tagliamento, uno degli ultimi avamposti friulani prima del confine orientale. Eppure in Lombardia si è fatto calciatore, prima nel vivaio rossonero, dove si è messo in luce affacciandosi anche in prima squadra con un certo profitto; poi a Bergamo, dove è esploso fino a entrare nel giro della Nazionale. In mezzo, il grande salto in Portogallo, al Benfica, dove è arrivato con le stimmate dell'enfant prodige esordiente in Champions a 16 anni, ma probabilmente ancora troppo acerbo. Poi le fugaci esperienze di Pescara e Palermo, prima del nuovo scatto in avanti con l'Atalanta. È nell'anno e mezzo super in nerazzurro che ha conquistato la Roma, restandone a sua volta rapito. E un passetto dietro l'altro, senza squilli di tromba, sempre lontano da clamori e polemiche, semplicemente lavorando, a Trigoria come negli impegni ufficiali, ha conquistato la fiducia di tutti i tecnici: Di Francesco, Ranieri, Fonseca e ora anche Mourinho. Leader silenzioso, esempio per il gruppo, tanto da ricevere l'investitura ufficiale di De Rossi nel giorno della sua conferenza d'addio: «C'è un Cristante che arriva da Bergamo, io ne vorrei altri cento così, perché anche se non è romano ci mette l'anima, da romanista». La promessa ceduta troppo in fretta fa posto al gregario che accetta anche di arretrare in difesa - lui che ha raggiunto l'apice segnando gol a grappoli dietro le punte - per il bene della squadra. Il lusso da monetizzare in salsa rossonera diventa una pedina centrale della rosa giallorossa. Emblema del sacrificio ripagato con i gradi (con Mancini, è uno dei vice-capitani alle spalle di Pellegrini). Perfino in azzurro il ct ne riconosce l'importanza, mandandolo in campo in sei dei sette match che fruttano il vittorioso Europeo. Perché quando gli allenatori chiamano, Bryan risponde sempre presente, senza mai tirarsi o tirare indietro la gamba, perfino quando su di lui pende la diffida (condizione in cui si trova dal giallo rimediato nel derby lo scorso 26 settembre). Non può essere un caso se è arrivato a quota 149 nel conteggio delle presenze da romanista. Ora potrebbe tagliare la fatidica cifra tonda proprio nello stadio in cui sognava di essere protagonista da ragazzino. Ma con la maglia giusta.