Otto più quindici più venti, pur cambiando gli addendi, la somma dice quarantatre. E poi due più otto più dieci per un totale di venti che sommati ai quarantatre fa sessantatre. Milioni di euro. Dove la prima cifra è relativa a quanto di fisso la Roma ha versato nelle casse dell'Atalanta che sabato andremo a sfidare a casa sua e la seconda i bonus allegati. Per acquistare in annuale progressione prima Cristante, poi Mancini (e per questi due il contratto prevede anche un eventuale dieci per cento sull'eccesso di una futura rivendita), infine Ibanez. Tre titolari di questa Roma. Tre giocatori che sono arrivati dall'Atalanta, i primi due reduci da stagioni da applausi a scena aperta, il brasiliano da sei mesi di allenamenti e niente partite ufficiali. Tre ex che si presenteranno sabato a Bergamo inseguendo la prima volta, cioè battere la loro precedente squadra che da qualche stagione si è trasformata in un indesiderato tabù per la nostra Roma. Tre ex che ci auguriamo che nella partita di ritorno possano diventare quattro perché vorrebbe dire che Spinazzola è tornato in campo. L'esterno sinistro, per la verità, è arrivato dal regno sabaudo in bianconero. Ma è anche vero che si era affermato proprio con la maglia della Dea dalla quale la Juve lo acquistò, ribadendo un canale privilegiato che i sabaudi hanno sempre avuto con l'Atalanta. Poi a Torino, al motto bisogna fare plusvalenze, si decise la cessione di Spina, valutazione da ventinove milioni e spicci, in cambio Luca Pellegrini a Torino, valutazione da ventidue milioni e l'affare è fatto.
Questo viaggio di sola andata in direzione Roma partendo da Bergamo, è cominciato con Bryan Cristante. Che nella squadra di Gasperini, dove era arrivato dal Pescara, in diciotto mesi si era riproposto all'attenzione generale, cinquantanove partite, quindici gol in quel ruolo di incursore offensivo che Gasp gli aveva cucito addosso. Numeri che fecero di Cristante l'oggetto del desiderio di parecchi club. Fu una trattativa complessa. Protagonista per la Roma el senor Monchi che dopo un'infinità di contatti, telefonate, incontri, alla fine riuscì a chiudere. Che, a posteriori, pur con un costo che non è stato una passeggiata di salute, oggi possiamo dire che sia stata una delle poche operazioni positive messe a segno dal dirigente spagnolo.
Più o meno lo stesso spartito c'è stato anche in occasione dell'acquisto di Mancini. Dall'altra parte ad aspettare i rilanci giallorossi, sempre Giovanni Sartori, il ds dell'Atalanta, uno dei più bravi in circolazione, dirigente che nonostante rapporti non proprio idilliaci con Gasperini, continua a rimanere al suo posto perché la famiglia Percassi ne ha capito bene le qualità di grande conoscitore di calcio e calciatori. Bis, quindi, con Gianluca Mancini. A mettere i primi paletti per la felice trattativa, fu nel gennaio del 2019, ancora Monchi. Ma in quella sessione invernale del mercato, la Roma non aveva il budget per chiudere subito la trattativa. Quindi tutto rimandato al successivo mercato stivo. Solo che dopo pochi mesi Monchi salutò tutti per tornare a Siviglia, lasciando all'erede il compito di chiudere. Cioè Gianluca Petrachi che dopo una trattativa vissuta tra parecchi alti e bassi con protagonista anche Giuseppe Riso, procuratore del difensore (e pure di Cristante), alla fine arrivò alla fumata bianca.
Infine, Roger Ibanez. Giocatore che a Bergamo di fatto hanno visto soltanto in figurina perché Gasp non lo fece mai giocare (e il tecnico in tempi recenti ha chiesto pure scusa al giocatore per non avergli concesso un'opportunità). Protagonista dell'acquisto ancora Gianluca Petrachi. Sapendo che il giocatore (assistito in Italia da due procuratori di cui uno con abbonamento in Curva Sud) aveva chiesto di andare via, si presentò nel gennaio del 2020 da Sartori per acquistare il brasiliano. L'Atalanta per la verità lo aveva già ceduto al Bologna (e pure il brasiliano aveva un accordo trovato con il club emiliano), ma quando sentì la parola Roma (e l'offerta) salutò Sabatini (che si arrabbiò parecchio per questo) e ci mise un attimo dire sì.