Grazie. Cinquantamila volta grazie e, se potessimo, lo vorremmo dire personalmente a tutti i cinquantamila. Un numero a cui abbiamo sottratto, a occhio, i tifosi interisti presenti ieri all'Olimpico, da comunicato 51.185 per un incasso superiore al milione e settecentomila euro. Perché il cinquantamila volte grazie è tutto per la nostra gente. Perché ci sono i tifosi di calcio e poi ci sono i tifosi della Roma. Come hanno ribadito, per l'ennesima volta, anche nell'amarissima partita contro i campioni d'Italia che tutto è stata meno che un successo. Che ci fosse aria di sconfitta lo si era capito sin dal fischio finale della partita a Bologna, sapendo che i cartellini gialli rifilati ad Abraham e Karsdorp volevano dire un turno di squalifica, assenze pesanti che si sarebbero andate ad aggiungere a quelle per infortunio di El Shaarawy (pure lui ko a Bologna), il Capitano Lorenzo Pellegrini, Spinazzola, in pratica cinque titolari, mezza squadra. Ma certo non ci si aspettava una bandiera bianca di fatto issata su dopo una quindicina di minuti, complice un gol, roba da pazzi, incassato direttamente da calcio d'angolo, roba che ci ha riportato indietro nel tempo, quando Palanca del Catanzaro ci punì alla stessa maniera. Eppure quella Sud che vive nel nostro cuore, in qualche maniera è stata in grado di regalarci una luce in fondo al tunnel, una speranza, un sorriso con cui continuare a pensare, come sempre, più di sempre, che è un privilegio essere tifosi della Roma.

Sono stati capaci di farci emozionare anche di fronte a un freddo video che per altri versi avremmo voluto mandare in frantumi, quando li abbiamo sentiti cantare senza sosta, con la voce di chi sa emozionarsi e le emozioni sono tutto quello che abbiamo, per tutti i novanta minuti di una partita che da un punto di vista calcistico è stata come una via crucis di parecchio anticipata. Meravigliosi, come sempre più di sempre. Capaci di farci rimanere incollati davanti al video nonostante le tre pappine incassate, il torello dei campioni d'Italia, le ammonizioni a Mancini e Zaniolo che saranno squalificati e quel senso di inferiorità che fa male al cuore. Hanno lasciato a bocca aperta non tanto noi che li conosciamo da decenni, ma chiunque altro non conosca chi sono i tifosi della Roma. Lo hanno fatto durante tutta la partita che, già dopo un quarto d'ora, di gioco si era capito come sarebbe andata a finire. Ma soprattutto sono stati straordinari quando dalla Sud, a una decina di minuti da un novantesimo che non vedevamo l'ora che arrivasse, hanno cominciato a cantare «alè alè Roma alè», un coro storico. Lo hanno fatto senza sosta. Dieci, quindici, venti minuti, fino al fischio finale, anzi oltre, siamo sicuri che molti lo avranno continuato a intonare anche nel triste viaggio di ritorno verso le rispettive abitazioni, così come chi scrive se lo è portato dietro fino al letto, cercando, inutilmente, di prendere sonno anche soltanto per poche ore.

È stata un'altra lezione al mondo di tifo romanista. Così come quella che ricordiamo all'Old Trafford, sette gol incassati, ma lo spicchio giallorosso di quello stadio maledetto, a cantare senza sosta, al punto da lasciare a bocca aperta un intero stadio che stava facendo festa. Lo hanno fatto nonostante tutti siano stati costretti a vivere sulla pelle, un'altra delusione enorme. Delusione che ha preso il posto del misto di sentimenti. Un misto di sentimenti perché la partita giocata sugli spalti ha avuto un sottofondo incessante nella Sud, con l'Olimpico gelato che non ha mai potuto scaldarsi fino in fondo. Cori della curva interista, che poi ha inneggiato a Inzaghi, per José Mourinho, «uno di noi», prima del match e poi (di scherno?) sul triplice vantaggio per i nerazzurri. Ma, pure loro, potete scommetterci saranno rimasti sorpresi da quel senso di appartenenza eterna che è salito dalla Sud e non si è più fermato, e non si fermerà mai. Per il resto c'erano stati applausi misti a fischi, come prevedibile, e uno striscione esposto in Tevere per ringraziare Dzeko (che non ha esultato al gol), peraltro fischiato da gran parte del resto dello stadio.

La Roma ha perso, la Sud ha vinto. Ribadendo la sua unicità, capace di andare anche oltre il risultato, durissimo, che di fatto ha messo o quasi una pietra tombale pure sulla speranza di poter tornare in Champions League. Dove i tifosi romanisti meriterebbero di esserci sempre, a prescindere, per quella capacità di essere diversi da qualsiasi altra tifoseria che, ieri, probabilmente avrebbe abbandonato l'Olimpico molto prima del fischio finale. No, loro sono rimasti lì anche oltre il fischio finale, continuando a cantare con l'amore di chi è capace di dimostrarlo. E allora, pure noi, «alè alè Roma, alè» e chissenefrega se non prenderemo sonno.