Di nuovo uno di fronte all'altro, José Mourinho e Andriy Shevchenko: stavolta entrambi siederanno in panchina, dopo essersi stretti la mano. La sfida di domenica tra Genoa e Roma a Marassi farà rincontrare i due, che insieme nel 2006-07 portarono nella bacheca del Chelsea una Coppa di Lega e una FA Cup. L'ucraino, dopo sette anni fantastici al Milan, aveva iniziato la parabola discendente, e quell'anno - complici gli infortuni- rese ben al di sotto delle aspettative; Mou si era già seduto sul tetto d'Europa col Porto, e di lì a poco lo avrebbe fatto di nuovo con l'Inter. Ora il portoghese è tra i tecnici più titolati al mondo, l'altro è un giovane e promettente allenatore che ha portato l'Ucraina fino ai quarti di finale ad Euro2020. I due si conoscono da oltre vent'anni, e i rapporti non sempre sono stati idilliaci, ma di acqua sotto i ponti ne è passata tanta, e di certo a Marassi si saluteranno con affetto e stima, prima di tornare avversari come i rispettivi ruoli impongono.

I precedenti

Camp Nou, 5 novembre 1997: la Dinamo Kiev del "Colonnello" Lobanovskyi strapazza 4-0 il Barcellona allenato da Louis van Gaal, di cui Mourinho è all'epoca assistente; tre gol li mette a segno proprio Sheva, all'epoca ventunenne di belle speranze. Sei anni dopo, nell'agosto del 2003, José è sulla panchina del Porto, reduce dal trionfo in Coppa Uefa, e affronta il Milan di Ancelotti, campione d'Europa in carica: allo Stadio Louis II di Monaco i rossoneri vincono 1-0 e a segnare è ancora una volta l'ucraino, che l'anno seguente conquista anche il Pallone d'Oro. Lo "Special One" invece raccoglie l'eredità del Milan e si porta a casa la prima Champions League della sua straordinaria carriera.

Londra in Blues

Veniamo all'estate del 2006, quando Roman Abramovich sborsa 45 milioni di euro per portare Andryi al Chelsea. Sulla panchina dei Blues c'è proprio José, reduce dalla vittoria della Premier League. L'ucraino è un pallino del magnate russo, che è cavarsi qualsiasi tipo di capriccio mettendo mano al (monumentale) portafoglio, ma l'ingaggio dell'allora trentenne non è stato richiesto dal tecnico di Setubal. D'altro canto, quando hai un campione del genere non puoi certo relegarlo in panchina. Shevchenko gioca spesso, ma è un lontano parente del fenomeno visto in maglia rossonera. In Premier mette a segno soltanto 4 reti in 30 presenze, mentre in Champions contribuisce con 2 gol (contro Porto e Valencia) al raggiungimento delle semifinali. Marcature pesanti anche in Coppa di Lega e in FA Cup, con i Blues che trionfano in entrambe le competizioni. Sul finire della stagione, però, si ferma a causa di un'ernia inguinale. La stagione seguente comincia con l'attaccante spesso in tribuna, e il 9 settembre 2007, in occasione di Arsenal-Chelsea, un tifoso chiede dagli spalti chiede a Mou: «Dov'è la superstar Shevchenko?». Lui replica mimando uno swing da golf, in riferimento alla seconda grande passione dell'ucraino. Di lì a pochi giorni, però, i risultati deludenti di inizio stagione convincono Abramovich a esonerare lo "Special One". In totale, sotto la guida di José, Andriy disputa 53 partite, segnano 15 gol.

Botta e risposta

Nel 2008 i due si ritrovano sulle sponde opposte del Naviglio: Mou all'Inter, Sheva di nuovo al Milan. «Se lui è felice - dice il portoghese - io sono felice. Non lo è stato al Chelsea in due stagioni e qualche mese, con tre allenatori diversi; ma lui non è stato mai felice. Ovviamente non posso dire che gli auguro cose fantastiche, perché il Milan è un nostro avversario, ma se magari riesce ad essere capocannoniere in Coppa Uefa, sarei molto contento». Anche perché di quella competizione, a Mou, interessa ben poco. Il revival in rossonero non funziona, perciò Shevchenko torna alla sua prima casa, la Dinamo Kiev. Nel 2009, in un'intervista al Daily Mirror, l'ucraino torna sull'avventura al Chelsea: «Il mio flop fu colpa sua. Mou era un ottimo organizzatore, attento a ogni minimo dettaglio prima delle partite, incredibile. Ma forse avrebbe bisogno di parlare di più con i suoi giocatori». Nel corso della stessa intervista, correggerà un po' il tiro: «Gli infortuni sono stati la causa principale del mio insuccesso al Chelsea. Ma non ho nulla da dimostrare, il mio nome è già nella storia del calcio europeo: non cerco vendette».

Il segno di pace

Ma, al netto di qualche schermaglia verbale, tra i due la stima c'è. Lo ha detto lo stesso Andriy nella conferenza stampa di presentazione come tecnico del Genoa: «Ho grande rispetto per Mou: il suo arrivo ha dato tantissimo al calcio italiano». E lo "Special One" aveva detto la sua pochi mesi prima, nella prefazione all'autobiografia dell'ucraino Forza gentile - La mia vita, il mio calcio, scritta con Alessandro Alciato. Mou ricorda il gol in Milan-Porto («Da quella notte lui non mi piace. Ovviamente scherzo, non è vero») e quella tripletta in Barcellona-Dinamo Kiev. Poi chiude così: «L'ho avuto al Chelsea e ho incontrato un gentiluomo ma, sfortunatamente per me, è accaduto nel suo periodo post Milan, con alcuni duri infortuni da cui guarire e con la necessità del giusto tempo per adattarsi alla Premier League. Ma è stato un piacere lavorare con uno dei grandi. Con uno dei più grandi». Ammesso che ci fosse bisogno di tendere un ramoscello d'ulivo, eccolo qui. Domenica però ci sarà da battagliare, ognuno per i propri obiettivi: Mou vuole riprendere il cammino e tornare alla vittoria, Sheva va a caccia di un esordio positivo con i rossoblù. Ci sarà tempo per una stretta di mano, poi ognuno per la sua strada.