Anche al talento più cristallino può capitare di essere offuscato da pensieri torbidi. Lo sport e il calcio in particolare abbondano di esempi in questo senso. E anche Patrik Schick non fa eccezione. Le inquietudini del giovane attaccante ne hanno (fino a questo momento) frenato una crescita che dopo la prima stagione italiana in maglia blucerchiata sembrava già scritta nelle stelle. Ora appare quasi beffardo ricordarlo, ma all'epoca la Roma ha dovuto sgomitare con i club più quotati - non solo in patria - per accaparrarselo. Tanto che a trattativa ultimata, i complimenti per l'affare si sono sprecati.

Eppure proprio il prezzo del suo cartellino potrebbe aver contribuito a frenarne l'ascesa. Qualche settimana fa è stato lo stesso Di Francesco ad attribuire alla cifra sborsata dal club per il ceco uno dei pesi psicologici che hanno gravato sul suo rendimento: la pressione avvertita dal ragazzo (compirà 23 anni fra venti giorni) avrebbe compromesso le sue prestazioni. Che ci sia stata - almeno nella prima parte della sua avventura in giallorosso - un'enorme aspettativa intorno a Schick, è sempre apparso evidente. Che il rendimento sia stato di gran lunga inferiore alle previsioni, è altrettanto palese. Proprio perché gli sono universalmente riconosciute doti tecniche fuori dal comune.

E allora come uscire dall'impasse? Affidandosi a un mental coach, come molti altri protagonisti calcistici hanno già fatto prima di lui. In difficoltà o semplicemente per cavare dall'allenamento mentale un miglioramento anche sul campo. Nel caso del numero 14 si tratta dello specialista Jan Mühlfeit, suo connazionale, una sorta di istituzione nel campo specifico. La collaborazione è stata annunciata dallo stesso mental coach, che ha pubblicato una foto sul proprio profilo Instagram accompagnata da un messaggio che non lascia spazio all'interpretazione sul nuovo connubio: «Non vedo l'ora di iniziare a lavorare sul campo con Patrik». Il curriculum di Mühlfeit è di quelli maiuscoli. Cinquantasette anni, ventidue dei quali ai vertici di Microsoft. Diventato direttore del colosso informatico per l'Europa, ha formato team e manager in ruoli apicali dell'azienda. Prima di impartire lezioni nelle più grandi università del mondo, tra cui Harvard e Cambridge. Poi si è dedicato ad assistere personaggi del mondo dello spettacolo e dello sport, l'ultimo dei quali è appunto Schick.

L'attaccante giallorosso segue altri esempi illustri. Da Toldo e Bonucci, entrambi affidati ad Alberto Ferrarini: il portiere lo ringraziò dopo la sequenza dei rigori con l'Olanda a Euro 2000; la famosa esultanza in cui lo juventino mostra la bocca pare sia il risultato di uno dei suoi consigli, come le caramelle all'aglio, e chissà che le due cose non siano connesse fra loro. Anche grandi tecnici hanno fatto ricorso al mental coach: da Mancini e Capello, che nel corso delle rispettive esperienze inglesi si sono avvalsi della collaborazione dello specialista Christian Lattanzio (uno che ha il patentino Uefa da allenatore e si è anche diplomato direttore sportivo a Coverciano); a Luis Enrique, che nella sua avventura romana aveva con sé Tonino Llorente; per arrivare all'insospettabile Ancelotti, fra i primi a volere con sé una figura simile (Bruno De Michelis), prima di passare a Livio Sgarbi: «Quell'incontro mi fece conoscere nuove strade», ha detto di lui. Scusate se è poco.