È stato persino signorile Mourinho a definire «ridicola» l'espulsione che ha tolto dal derby di domenica uno dei protagonisti più attesi, Pellegrini, al termine di una partita soffertissima che la Roma ha portato a casa vincendo di misura a dispetto di una stanchezza che nel secondo tempo ha appesantito le gambe dei giallorossi e messo in discussione una vittoria che dopo la prima frazione sembrava inevitabile. Alla fine è bastato il bellissimo gol di Abraham, di tacco, al termine di una prodigiosa volata di Calafiori, a regolare un'Udinese quadrata e fisicamente superiore. Mourinho del resto insiste ormai da inizio stagione con gli stessi uomini e questo comincia a diventare un fattore da tenere in considerazione. Ieri il calo, dopo un primo tempo dominato, è stato verticale. E in ogni caso al 90° c'era comunque gioia diffusa dentro l'Olimpico, al netto del batticuore che sempre accompagna i finali di vittorie a scarto ridotto, ma poi è arrivata l'invenzione del killer di Rimini Antonio Rapuano, fischietto di Benevento che però fa riferimento alla sezione arbitrale romagnola, uno che se curasse la propria preparazione tecnica come cura le sue sopracciglia sarebbe sicuramente un arbitro migliore. E invece è uno di quelli che sente il bisogno in campo di esercitare il suo potere a suon di fischi, come certi rambetti di periferia privi di qualsiasi carisma. Non c'è spiegazione tecnica a un errore così evidente, che penalizza la Roma in questa maniera grossolana: su quel contrasto Lorenzo è salito dritto con il braccio aperto esclusivamente per lo slancio fisico, non l'ha mai neanche minimamente poggiato sul volto del bimbo tedesco Samardzic che però, dal basso dei suoi diciannove anni, ha pensato bene di emulare i grandi crollando a terra tenendosi il volto, facendo così imboccare con tutto il fischietto l'ineffabile Rapuano. Secondo giallo a Pellegrini e frittata fatta: bel capolavoro. L'Olimpico pochi secondi dopo esulterà lo stesso per la vittoria, ma con lo stomaco sottosopra per il clamoroso torto che nessun Var poteva emendare e figuriamoci il tribunale sportivo, così ingessato nei suoi regolamenti.

Nessun conforto, almeno a chi scrive, portano i tre punti conquistati sul campo, con grandissima fatica. Che poi non esistano partite facili, a parte quelle che in questo scorcio di stagione gioca il Napoli, è dimostrato praticamente in ogni turno di campionato. Ieri l'Udinese si è presentata con due linee compatte di cinque difensori e tre centrocampisti, con due attaccanti sempre pronti a ripiegare dietro la linea della palla, tutti chiusi dietro e pronti poi a scattare in avanti come una molla nei (pochi) spazi lasciati stavolta dalla squadra giallorossa, attenta sin dal primo minuto a lasciare spazio alle giocate in catena esterna, richiamando sempre in pressione terzini sui quinti, mediani sugli interni e attaccanti sui difensori ad impostare. Così l'Udinese per un intero tempo non ha trovato spazi giocabili, se non in un paio di iniziative a destra di Deulofeu, su cui Calafiori ha sofferto parecchio in fase di non possesso: ma poi il terzino si è inventato quell'incredibile trasvolata caracollante e ogni impaccio è stato dimenticato. Mentre la Roma ha condotto il gioco per tutto il primo tempo, arrivando per undici volte a tirare verso la porta, ma con le solite approssimazioni nella mira (appena 3 nello specchio). E quando invece si arriva vicini al bersaglio a complicare i piani arrivano i pali (altri due solo nei primi otto minuti di gioco, il totale è arrivato a cinque in cinque giornate, vale un primato europeo condiviso col Barcellona).

La Roma ha cominciato subito forte, rinforzata nella struttura tattica dalle scelte di Mourinho che alla fine ha preferito evitare qualsiasi forma di turnazione e stressare i suoi giocatori migliori anche a sole 72 ore dal derby. Al 4° su una respinta da corner, Mkhitaryan ha avuto il tempo di controllare e battere forte col destro, palo esterno a Silvestri immobile. All'8°, sul quarto corner già calciato (saranno cinque nei primi quindici minuti), Cristante dal primo palo ha alzato dal primo palo sul secondo dove Zaniolo, ben appostato, è riuscito nella non agevole impresa di colpire il palo di testa invece di mandare il pallone in porta, forse spaventato dall'impatto rischiato con il montante. Proprio Zaniolo è stato tra i più attivi, anche se nella prima fase proprio non è riuscito a trovare la traiettorie giuste per servire i compagni: solo nel primo quarto d'ora ha sbagliato, e non di poco, due lanci e un calcio d'angolo. Al 20° il solito Cristante generoso e preciso nell'impostazione, ma anche un po' legnoso nello smarcamento, ha trovato un bel varco centrale per Pellegrini che forse non si aspettava l'assist e ha aspettato un po' prima di concludere, facendosi respingere il tiro, sulla respinta Zaniolo ha provato un'improbabile battuta al volo, ma ha calciato bene tanto da impensierire Silvestri. Al 33° uno stoico Mancini ha provato a colpire di testa in area sbattendo con lo zigomo sul testone di Samir ed è rimasto tramortito, ma poi l'azione è continuata e la palla è finita dalle sue parti: lui, sanguinante dallo zigomo aperto, ha lottato strenuamente sotto la Tevere per difendere il pallone, davanti al pubblico a quel punto in adorazione, ed è riuscito persino a crossare, prima di crollare di nuovo tramortito. E mentre i sanitari provvedevano alla chiusura della ferita, con Mourinho che in panchina si sbracciava per capire se avesse dovuto procedere alla sostituzione con Smalling, l'Udinese ha costruito un'azione pericolosa sfondando ancora a sinistra. Sulla ripartenza, con Mancini vistosamente incerottato ricatapultato in campo, Calafiori si è involato in uno strano uno contro uno in fascia, un duello che Molina per un paio di volte a suon di spallate sembrava in grado di aggiudicarsi, e che invece ha visto alla fine trionfare proprio il ragazzo romano, che a quel punto ha conquistato il fondo, si è presentato in area, e ha servito Abraham sveglissimo a fintare un movimento e a farne un altro passando alle spalle di Nuytink e a battere di tacco Silvestri inutilmente proteso: un capolavoro di tecnica e astuzia firmato da due giovani dal sicuro avvenire, uno già una stella di prima grandezza, l'altro si spera possa diventarlo. Prima della fine del tempo, l'Udinese ha costruito poi l'azione più pericolosa della frazione, ancora con Deulofeu a tracimare a destra, con cross basso respinto in tuffo da Rui Patricio e Pussetto pronto a ribattere di testa in tuffo, ma Mancini gli ha sporcato il movimento e la traiettoria si è impennata oltre la traversa.

Nella ripresa il quadro è cambiato radicalmente e la Roma non è mai riuscita a rendersi pericolosa, né con gli uomini messi in campo dall'inizio né con quelli subentrati; prima Smalling per l'esausto Calafiori (dalla sua parte Deulofeu ormai entrava a ripetizione), poi El Shaarawy per Zaniolo, infine Shomurodov per Abraham. Gotti invece di cambi ne ha fatti cinque, ravvivando l'attacco (Beto per Pussetto), le fasce (Soppy per Molina e poi Stryger Larsen per Udogie) e alzando il baricentro (Samardzic per Nuytinck e alla fine Arslan per Makengo). Tanto attivismo ha portato però solo a occasioni estemporanee per Udogie al 16° (diagonale fuori), Soppy al 23° (destro molto lontano dai pali) e Deulofeu al 28° (tiro cross respinto da Rui Patricio). A ravvivare la serata così ha pensato Rapuano, il killer di Rimini. La sua prodezza vale un gol. Lotito e Sarri esultano.