La Juve ha vinto tanto. Si discute sul quanto, ma non è l'argomento di oggi. Perché oggi sono vent'anni dalla partita che più di ogni altra, nella sua storia, avrebbe voluto vincere. E invece quella partita l'ha persa. È la partita contro la Roma disputata il 15 novembre 1998. Sì, una apparentemente banale (fermo restando che Roma-Juve non lo è mai) nona giornata di un campionato che vedrà i giallorossi arrivare quinti e i bianconeri addirittura settimi, fuori dalle coppe europee.

Bianconeri campioni in carica, che quel giorno si presentano all'Olimpico con lo scudetto sul petto e con una incredibile voglia di vincere addosso. Non è una sana voglia di vincere, però, la loro. È rabbia, nervosismo, livore. È un appuntamento che in casa Juve hanno segnato sul calendaro dall'estate, cioè dal momento in cui le dichiarazioni di Zeman scoperchiarono un calderone inimmaginabile. «Il calcio deve uscire dalle farmacie e dagli uffici finanziari». Per capire se avesse ragione, basta leggere le sentenze passate in giudicato. Ma per questo ci vollero anni. In quei mesi, invece, si consumarono feroci polemiche tra la crescita muscolare di alcuni giocatori, il botta e risposta con Vialli («Zeman è un terrorista»), l'inizio dell'inchiesta del pm Guariniello. E due mondi ancora una volta l'uno contro l'altro. Tutto il popolo romanista cavalcò la battaglia per la pulizia nel calcio, tutto il popolo juventino si sentiva accusato e pronto a rispondere.

La resa dei conti, sul campo (per usare una terminologia bianconera), era fissata proprio per sabato 15 novembre 1998. Chiunque fosse tra i 72mila presenti all'Olimpico, non può non sentire ancora viva sulla pelle la sensazione netta che si respirava quel giorno. Noi di qua, voi di là. Gli opposti che non si attraggono per niente. Il bene contro il male. Parlavano gli striscioni. Si va dal «Zeman signore, Lippi spacciatore» al «Del Piero ci vediamo doping» nella Sud e «Del Piero vota Pannella» nella Nord. Ci si distrae solo per i fischi, assordanti, a Moggi, Bettega, Giraudo e Lippi (squalificato) inquadrati sul maxischermo. «Zizou non è un farmaco ma una purga», rispondevano gli juventini. Tutto questo fino a un altro fischio, quello d'inizio, dell'arbitro Braschi. E un tifo da romanisti fin dal primo pallone toccato, nessuno pensava minimamente né alla classifica né tantomeno al fatto che tre giorni prima la Roma era stata eliminata in Coppa Italia dall'Atalanta, all'epoca in Serie B.

Una vittoria ancora più bella

Com'è andata, lo sapete. La Roma ha vinto 2-0. Bellissimo, un'esplosione di gioia pura da una parte, rancore che si avviluppa su se stesso dall'altra. Sì, a volte vincono i buoni. Ma l'aspetto che merita una riflessione a distanza di tempo, dato che vent'anni sono tutto sommato un tempo di esposizione sufficiente per mettere a fuoco bene il tutto, è un altro. A riguardare la partita, concentrandosi sia su ciò che accadde in campo, sia percependo ciò che traspariva dagli spalti (con immancabili intermezzi sulle facce di Bettega, Moggi, Giraudo e un Lippi impietrito e in qualche modo in contatto con il suo vice Pezzotti in panchina), la vittoria della Roma appare ancora più bella.

Rabbiosa e fallosa la Juve, che per rabbia resta in 10 (espulso Montero) e per nervosismo sbaglia con Davids un paio di occasioni da gol che potevano indirizzare la sfida in senso a lei favorevole. Lucida e bella la Roma. Lucida perché sa aspettare di fronte a una Juve molto chiusa che prova a impedire alla squadra di Zeman di fare il suo gioco, bella perché sa volare alto rispetto a tutti i sentimenti negativi che la Juve le riversa contro. In alto come il pallonetto geniale di Totti che, allo scadere del primo tempo, pesca Paulo Sergio in area. Il destro al volo del brasiliano manda in vantaggio una Roma che continua a volare più in alto. Zago è immenso, Peruzzi salva la Juve, il palo salva la Roma su una punizione dell'ex Fonseca, Zidane soccombe di fronte a Tommasi, Candela con una finta di sopracciglio manda per terra tutti, Peruzzi compreso, e con un tocco di classe segna il 2-0. Potevano essere anche 3, perché alla fine la Roma spreca un contropiede in cui Cafu si ritrova ala sinistra (?).

L'adrenalina è talmente alta che Braschi sembra quasi non voler fischiare la fine. Nessuno può sapere che proprio lui, quasi tre anni dopo in quello stadio, avrà il problema opposto nel finale di Roma-Parma. Lippi è impassibile neanche fosse Zeman, che segue la partita non proprio come se fosse Mazzone, ma di sicuro come non ha mai fatto in carriera: sempre in piedi fino a gettare la cicca della sigaretta per terra al gol del 2-0. Non s'era mai visto prima, non si vedrà mai più dopo, ma anche in quel gesto c'è la testimonianza di quanto fu superiore la Roma quel giorno. Già, perché quello è un gesto di rabbia positiva, di chi sentiva di stare nel giusto e di essere attaccato proprio per quello. Ed è anche quello un gesto simbolico di come, quel giorno, la superiorità della Roma non si limitò ad essere fotografata dal punteggio di 2-0, ma dal modo in cui la squadra giallorossa vinse la partita. Elevandosi al di sopra di un avversario corroso da una rabbia di tono ben diverso, vincendo non perché accettò la sfida sul piano della cattiveria, ma perché riuscì ad elevarsi con il suo gioco. A volare sopra ogni polemica, ogni striscione, ogni strascico, ogni chiacchiera che c'era stata prima e che ci sarebbe stata dopo.

Juve avvelenata

Moggi e Giraudo andarono via in silenzio, Bettega disse qualcosa ma non al livello della finale di Champions di un anno e qualche mese prima («Abbiamo perso perché la Figc in Europa non è rispettata»), Lippi e Zeman riuscirono a non incrociarsi, Ferrara andò da Zeman e «non fu molto carino», raccontò il boemo, rispondendo con un'alzata di sopracciglio (forse lo stesso della finta di Candela, che peraltro non aveva esultato proprio perché in polemica con il suo allenatore). Ferrara negò tutto, ma non importava più a nessuno.

Riguardando le immagini di quel giorno, è tutto molto chiaro. Riguardandole fino in fondo, fino al fondo del tunnel dove le telecamere inquadravano i volti dei giocatori bianconeri, è proprio chiarissimo: di tutte le partite giocate nella sua storia, moltissime delle quali vinte, quella che la Juve avrebbe voluto vincere più di tutte, è quella del 16 novembre 1998. Ma l'ha persa. Quella partita l'ha vinta la Roma, in uno dei tanti giorni in cui, al di là del risultato, c'era veramente da chiedersi come sia possibile che nel mondo ci sia tanta gente che non fa il tifo per la Roma.