Sembra quasi una maledizione: a cadenza periodica, più o meno ravvicinata, sulle colonne del Romanista ci ritroviamo a commentare partite controllate, se non dominate, dalla Roma e poi non vinte. Quest'anno è già capitato col Chievo, a Bologna, con la Spal, ma solidi rimpianti hanno accompagnato anche i dopopartita con il Milan e l'Atalanta, in questi ultimi casi più per i match-ball mancati nei finali di gara, che per le prestazioni in realtà insufficienti. A Firenze la differenza non l'ha fatta (solo) l'imprecisione sottoporta dei giocatori, ma soprattutto l'inadeguatezza di un arbitro scarso e il mancato intervento di un altro al Var a cui evidentemente la Roma non è troppo simpatica. Eppure stavolta la squadra di Di Francesco aveva fornito una prestazione di buon livello e sommato un numero evidente di palle-gol che solo la scarsa sportività di Pioli (che a fine gara ha detto di non aver mai sofferto la Roma nel primo tempo) poteva negare. Perché poi oltre alle occasioni registrate da taccuino, ce ne sono state diverse altre neanche segnalate che invece, riviste con la freddezza del giorno dopo, hanno raddoppiato la rabbia per la mancata vittoria dell'atteso rilancio. Ci riferiamo ad esempio al pallonetto moscio di Dzeko con Lafont fuori dai pali al 3', al mancato stop di petto di Ünder ormai solo in area all'8', ad una percussione cominciata da Zaniolo e rifinita male da Pellegrini al 24', alla mancata deviazione di Dzeko su spizzata di testa di Fazio su corner al 36': altri quattro episodi che fanno lievitare il totale delle occasioni a otto (oltre alle quattro evidenziate già in cronaca, due in 14 secondi, come riportato nella pagina accanto) solo nel primo tempo. E la Fiorentina invece nello stesso periodo si è resa pericolosa due volte per i retropassagi sbagliati dai romanisti (una volta El Shaarawy, con Benassi maldestro rifinitore, l'altra Ünder nell'episodio che ha portato al rigore, e che peraltro ha spento il turco, fin lì tra i migliori in campo) e due volte su percussione di Chiesa a tagliare una difesa, quella romanista, rimasta sempre altissima (32,2 metri nell'atteggiamento sul fuorigioco, baricentro addirittura a 55,7 metri).

La terra dei cachi

Insomma, è vero che si scontravano due filosofie di calcio offensivo, ma poi una, quella romanista, si è vista, l'altra mai (peraltro zero fuorigioco, baricentro e recupero palla bassissimi). Ma alla fine del primo tempo il risultato era di 1-0 per la Fiorentina e c'è chi per questo se l'è presa ancora con Monchi e Di Francesco. Del resto siamo il paese (calcisticamente parlando) che propone a commentare le partite gente come Marocchi (che sabato nella telecronaca di Fiorentina-Roma all'11' di gioco ha salutato il primo rinvio lungo del portiere della Roma come una benedizione, evidentemente dev'essere allergico a chi prova a giocare il pallone con i piedi) e tal Donati che commentando ieri Chievo-Sassuolo ha regalato perle tipo «del resto queste squadre dovrebbero pensare primo a non prenderle». Logico che in ambienti "culturali" di questo tipo, dove per decenni ha comandato la filosofia juventina secondo la quale tutti hanno un prezzo, si tratti di grandi campioni, di arbitri, di giornalisti e persino di capitifosi, emergere per un rivoluzionario come Di Francesco sia più difficile. E si sente ancora qualcuno dire che la Roma non ha un gioco, quando è forse il fatto di averne "troppo" a volte a condizionare le giocate dei calciatori.

L'esordio di Zaniolo

Sia chiaro: molte cose non stanno funzionando nella Roma quest'anno e l'allenatore non è esente da responsabilità, anzi, è giusto che si faccia carico lui per primo di ogni mancato risultato, ma bisognerebbe prima avere la pazienza e la competenza per capire dove sia il problema per poi cercare le eventuali soluzioni e invece da queste parti si procede a colpi di sentenze, ovviamente sommarie. Così non si riconoscono neanche le note positive. Una su tutte, il bell'esordio di Nicolò Zaniolo, figlio d'arte classe 1999, uno che finora ha giocato dall'inizio solo due partite, al Bernabeu in Champions col Real Madrid e al Franchi in serie A con la Fiorentina, lasciando in tutte e due le occasioni una buonissima impressione. Tanto che chi pensava che il suo utilizzo a Firenze fosse spiegabile solo con questioni di turn over legate alla necessità di avere più fresco Cristante a trequarti mercoledì a Mosca deve ricredersi. In ballottaggio per giocare dietro Dzeko in Champions al momento sono proprio Zaniolo e Lorenzo Pellegrini. Quest'ultimo giocherà in ogni caso: o più basso, con Zaniolo a trequarti, o più alto, con l'inserimento di Cristante al fianco di Nzonzi.

Il ruolo che non c'era

Il paradosso è questo adesso: che per un ruolo che quest'estate neanche esisteva nei piani tattici di Di Francesco (il trequartista centrale), adesso fioriscono le candidature. Chi lo poteva interpretare per innegabili meriti passati doveva essere Pastore, al momento uscito un po' dai radar dell'allenatore (neanche a Mosca sarà preso in considerazione per giocare dal primo minuto), ma presto tornerà anche lui a concorrere per quella posizione. Lorenzo Pellegrini è indubbiamente quello che l'ha interpretato meglio nell'ultimo periodo, ma quella è anche la posizione ideale per Cristante (che però recentemente convince poco l'allenatore, tanto che lo preferisce mediano) e sicuramente per Zaniolo. In più ci sarebbe anche Coric, l'oggetto misterioso di questa prima parte di stagione. Ma al momento pure lui non è al centro dei pensieri del tecnico.