«Al primo allenamento al Cukaricki (il suo antico club di Belgrado, ndr) l'allenatore ha fatto correre me e altri 5 giocatori della Primavera, tutti appena promossi in prima squadra: "Fate 5 giri nella foresta, non tornate finché non avete finito". Erano giri lunghi. Ricordo il caldo e la stanchezza. Dopo 4 giri, uno di noi ha suggerito di fermarci dove eravamo, perché nessuno ci stava vedendo. Gli altri erano d'accordo, ma io non capivo. Non ero arrivato fin là per non seguire le istruzioni. Ho corso quell'ultimo giro al massimo. Ho finito senza che nessuno mi vedesse. Sono quasi svenuto. Non ho corso quel quinto giro per farmi vedere dai miei compagni o dall'allenatore. L'ho fatto per me. E da allora do sempre il massimo in allenamento. Questo è ciò che sono. Se mai faranno un film su di me, includete questa scena, grazie». Aleksandar Kolarov si è raccontato (anche) così qualche tempo fa su The Players Tribune, una rivista specializzata che dà voce agli atleti che hanno semplicemente voglia di raccontarsi. E questa scena, che ogni allenatore di settore giovanile potrebbe raccontare ai suoi ragazzi per spiegare, meglio di qualsiasi altro urlaccio, che cosa può fare la differenza in un ragazzo che sogna di diventare un campione, lo rappresenta perfettamente.

Non è un caso se Di Francesco, appena venti giorni fa, lo ha definitivo «Un uomo vero, uno che dovremmo tutti ringraziare per la disponibilità e per la professionalità che mette nel suo lavoro». Era alla vigilia della trasferta di Empoli, Aleksandar aveva giocato (e deciso) il derby nonostante una frattura ad un dito del piede, tre giorni dopo s'era ripetuto nella sfida contro il Viktoria Plzen, risultando tra i più bravi. Pastore, nel senso di Fabrizio, sulle colonne del Romanista aveva descritto così la sua prova: "Il boato riservato agli eroi eterni lo accompagna all'ingresso in campo, lui risponde con una giocata iniziale da urlo e il consueto grugno. Entrambi da applausi". Logico che Di Francesco fosse leggermente contrariato all'idea di perderlo per un po'.

La Roma senza di lui non giocò bene a Empoli, ma vinse, poi non giocò bene con la Spal e perse, infine giocò benissimo con il Cska e vinse. Tre partite senza il serbo, due vittorie e una sconfitta, qualche luce, molte ombre e la consolante sensazione di aver trovato alternative affidabili (Luca Pellegrini, Santon) per difendere sulle fasce dopo anni di magra. Ora però c'è il rischio che a Kolarov verranno chiesti di nuovo gli straordinari, specialmente alla luce del nuovo infortunio (per fortuna solo alla caviglia, non al ginocchio come era stato detto a Trigoria in un primo momento) capitato al giovane Pellegrini. Nella testa dell'allenatore, peraltro, era rimasto anche il ricordo di uno spicchio di partita giocato nell'inconsueto ruolo di mediano al fianco di Nzonzi (accadde col Frosinone, con l'ingresso proprio di Pellegrini a otto minuti dalla fine al posto di De Rossi) che aveva acceso una lampadina che non s'è più spenta. Kolarov peraltro in quei pochi minuti segnò pure (su assist peraltro del suo giovane allievo) e l'esperimento è stato rimesso dall'allenatore nel cassetto dei test riusciti. Ora per un po', finché Luca non sarà di nuovo in forze, non se ne parlerà più, ma Di Francesco sa che quel ruolo potrebbe consentire a Kolarov di allungare una carriera che al momento è previsto finisca nella Roma, visto che la scadenza del contratto è fissata nel 2020 e per ora non è stato ancora affrontato il discorso del futuro.

A Napoli Aleksandar è tornato a correre sulla fascia, ma stavolta l'avversario ha complicato la vita a lui e a tutti gli altri romanisti in campo. La prova sta nel ridottissimo numero di palloni giocati: appena 48, numero che solitamente raggiunge alla fine del primo tempo. Al San Paolo Olsen ne ha toccati più di tutti, ma Kolarov ha giocato una partita di grandissima attenzione soprattutto tattica, dimostrando peraltro di aver assimilato anche le numerose esercitazioni specifiche effettuate in preparazione dei movimenti dei mobilissimi attaccanti napoletani. Insomma, Kolarov c'è e il paragone in chiave negativa che è stato fatto spesso in questo primo scorcio di stagione con la parabola romanista di Maicon rischia di essere offensivo. Perché il brasiliano per un anno tenne un rendimento altissimo e contribuì in maniera decisiva a rinforzare una squadra che quell'anno sfiorò lo scudetto (segnando il record delle dieci vittorie consecutive con la vittoria di misura sul Chievo ottenuta esattamente cinque anni fa) e poi dopo il Mondiale non fu più lo stesso, ma è anche vero che il suo stile di vita non fu esattamente quello di un professionista.

Il serbo invece da questo punto di vista, come ha ricordato proprio Di Francesco, è inappuntabile. E ogni volta che si allena ricorda quel quinto, lunghissimo giro nella foresta. Per uno come lui, cresciuto con i rombi dei bombardamenti nelle orecchie nelle interminabili giornate vissute nella paura delle bombe e dei cecchini, un allenamento duro non è niente. Ecco perché è ancora così integro, ecco perché può giocare anche fratturato, ecco perché Di Francesco a lui non rinuncia mai, ecco perché anche per la Roma di quest'anno Aleksandar Kolarov rischia di essere un insostituibile. E alle sue spalle Luca Pellegrini ha tutto il tempo di crescere con serenità.