Il tempo di un battito d'ali. E poi giù in picchiata. I primi vagiti della Superlega sono anche gli ultimi e nel giro di due giorni il progetto è già tramontato. Troppo forte la controscossa a ogni livello (dai governi alle istituzioni sportive, passando per i protagonisti di campo e i tifosi) per non mietere vittime. Così nella serata di ieri il gruppo dei dodici club fondatori ha perso il primo pezzo: è il Manchester City a sfilarsi, dando seguito coi fatti alle parole decisamente critiche di Pep Guardiola, non certo uno qualsiasi. Notizia accolta con favore dalla Uefa: «Sono entusiasta di riavere il City nella famiglia del calcio europeo - le parole di Ceferin, che in precedenza aveva aperto le porte a eventuali ritorni di figliol prodighi - Ha mostrato grande intelligenza nell'ascoltare le tante voci, specialmente quelle dei tifosi, che sottolineavano i benefici del sistema attuale. Ci vuole coraggio per ammettere gli errori».

Già qualche ora prima si erano avvertiti gli scricchiolii provenienti da Londra, sponda Chelsea. Nei pressi di Stamford Bridge si è riunito un cospicuo gruppo di tifosi dei Blues, impedendo il passaggio del pullman della squadra (impegnata contro il Brighton) per protesta nei confronti dell'adesione al neonato torneo. A sedare gli animi ha pensato l'ex portiere e ora dirigente Petr Cech, che ha assicurato fosse soltanto questione di tempo. Le voci di una rinuncia si sono rincorse al punto da far assumere la decisione come acquisita e indurre i tifosi del Chelsea a esultare fuori dallo stadio al termine di una gara terminata 0-0. Non quella che interessava di più. Le stesse istituzioni politiche hanno accolto con favore le voci, dal governo di Johnson agli esponenti del Labour Party.

E la direzione segnata dalle due apripista britanniche ha creato ulteriori scosse nelle altre società di Premier League. In casa United si è dimesso Ed Woodward, amministratore delegato e vicepresidente esecutivo (da nove anni), uno dei maggiori sostenitori della Superlega. Prologo dell'annuncio del ritiro dei Red Devils, arrivato poco prima di mezzanotte. Mentre nel Liverpool la diaspora ha avuto origine dalla squadra: prima le parole di Klopp, sulla falsariga di quelle pronunciate da Guardiola; poi quelle di capitan Henderson, che ha dichiarato senza mezzi termini «la Superlega non ci piace e non la vogliamo», prima di convocare una riunione con gli altri 19 colleghi della Premier. Le magliette con messaggi sdegnati sfoggiate dalle altre squadre nelle ultime ore imponevano un confronto per assicurare di essere tutti dalla stessa parte, agli antipodi col progetto elitario. E alla fine gli stessi dirigenti dei Reds si sono convinti a fare retromarcia. Così come quelli di Tottenham e Arsenal. I Gunners sono andati oltre: «Abbiamo fatto un errore e chiediamo scusa».

La rinuncia del blocco inglese ha dimezzato dunque i membri fondatori e lo stesso Florentino Perez, così perentorio il giorno prima davanti alle telecamere di El Chiringuito, si è negato a un'intervista già programmata con Cadena Ser. Tutto mentre sembrava aprirsi l'ennesima fronda, proprio in Spagna, dove il presidente del Barcellona Laporta avrebbe aggiunto una clausola che prevederebbe l'adesione soltanto col consenso dei soci. Sull'onda delle defezioni anche l'Atletico starebbe pensando a un addio.

E le tre italiane? Tutto tace, il loro silenzio imbarazzato e imbarazzante fa il paio con quello del Real, grande regista dell'operazione. Il fallimento si è consumato così nella giornata in cui la Uefa ha ridisegnato il proprio esecutivo con l'ingresso di Rumenigge in rappresentanza del Bayern (grande trionfatore col suo rifiuto) al posto di Agnelli; e di Gravina come esponente del calcio italiano, che si è espresso a chiare lettere: «Si è creato un muro invalicabile per difendere i valori del calcio». Parole che seguono quelle del presidente Fifa Infantino: «O dentro o fuori. Chi sceglie la Superlega pagherà» e di Ceferin: «Tutti fanno errori, ma è tempo di cambiare idea». Detto fatto, almeno per metà.