Potrebbe ritrovarsi al centro di uno dei casi controversi dell'estate. Arturo Calabresi, 24 anni appena compiuti, un altro dei giovani talenti sfornati dalla florida scuola di Trigoria, ora di proprietà del Bologna e tesserato (in prestito per un anno) presso i francesi dell'Amiens, dal 30 giugno potrebbe tornare a disposizione del club emiliano e, in teoria, a disposizione di Mihajlovic per la ripresa del campionato italiano, avendo la Ligue 1 chiuso la stagione in anticipo e non avendo quindi alcun interesse a trattenere i giocatori oltre la data di scadenza dei contratti. Ora Arturo è fermo per un'operazione al menisco di circa un mese fa, ma si sta riprendendo e in teoria se dovesse servire sarà pronto: «Io però - ci dice al telefono - non so niente. Farò quello che mi diranno di fare, ma è una strana situazione».

Adesso come stai?
«Sto bene. Faccio avanti e indietro ogni giorno tra Roma e Bracciano per lavorare con il mio fisioterapista di fiducia, Fabio Fanton. Il recupero procede bene, l'operazione non è stata semplice perché il menisco è stato suturato, non abbiamo tolto il pezzettino solito. Dall'operazione è passato più di un mese, ora va meglio. Non ho una data per il rientro, avevo calibrato tutto per rientrare a metà giugno in vista di un'eventuale ripresa del campionato, ma in Francia il campionato è stato bloccato e adesso c'è più tempo, posso fare le cose con calma».

Anche se in teoria, con il prestito in scadenza a giugno, potresti essere richiamato a Bologna.
«Mi sembrerebbe comunque strano, sarebbero avvantaggiate le squadre che hanno più prestiti».

E se ti dovessero chiamare?
«Ci vado a piedi. Con la voglia di giocare che ho...».

In Francia è stato chiuso tutto. Tu sei d'accordo?
«Faccio la premessa che su certi temi c'è chi è chiamato a prendere le decisioni e tutti gli altri al massimo possono commentare. E se tutti lo facessimo si creerebbe molta confusione. Ma se vuoi il mio parere, ti dico che mi sono trovato d'accordo. Che credibilità potrebbe avere un campionato che ricominciasse adesso con tutto quello che è successo? E la gente, soprattutto nei posti più colpiti, è pronta per tornare a tifare? A gioire per un gol? A disperarsi per un gol fallito? Faccio fatica a crederlo. Leggo degli striscioni dei tifosi, sono d'accordo con loro».

Tu a Brescia, ad esempio, hai tanti amici.
«Sono legato a tanti ragazzi, anche a Edo Piovani, il team manager».

Quello che corse dietro Mazzone nel vano tentativo di fermare la sua corsa sotto la curva dei tifosi atalantini?
«Lui, bravissimo. Dai loro racconti ho capito che la realtà da quelle parti è stata molto diversa rispetto a quella che ha vissuto la mia famiglia a Roma. In più c'è Flavia, la mia ragazza, che lavora in ospedale. Anche se in un altro reparto, lei presta servizio in oncologia pediatrica. Ma anche a lei le sue colleghe hanno fatto racconti terribili».

Prima di parlare dello stop in Francia vorrei fare un passo indietro, tornare al tuo arrivo all'Amiens, a fine agosto.
«Arrivai a fine agosto, a campionato già iniziato. Tre giorni dopo sono stato catapultato in campo da titolare per via di un'emergenza. L'inizio è stato difficile, è un campionato diverso. Io poi mi sono precostituito degli alibi, invece di pensare ad adattarmi subito ho pensato ai tanti ragazzi stranieri che magari avevano difficoltà nel campionato italiano e ho pensato che fosse normale. Per fortuna ho reagito presto, le prime tre partite le ho giocate col freno a mano tirato, poi ho provato ad integrarmi meglio ed è scattata una molla. E le cose sono andate in crescendo, anche perché ho imparato presto la lingua e dopo tre mesi ho tenuto in francese una conferenza stampa».

Dal punto di vista strettamente calcistico in che cosa è un calcio diverso?
«Intanto è molto più fisico, ci sono continui cambi di campo e ripartenze, si gioca molto sul duello individuale e poco sull'organizzazione di squadra. La mia fatica derivava essenzialmente da questo. A un certo punto mi si è avvicinato un compagno, un difensore esperto, Aurélien Chedjou, ex Lille con Garcia, e mi ha detto che gli era capitato di lavorare con allenatori di scuola italiana, tipo Mancini e Tudor al Galatasaray, e mi ha fatto capire la differenza: "Non pensare all'organizzazione tattica italiana. Io qua non ti darò mai una copertura, e tu non devi farla a me. Tu devi pensare solo a vincere il tuo duello, se lo perdi è un problema. Nessuna scalata, nessuna distanza da mantenere. Qui è così". E questo da una parte toglie rispetto alla didattica italiana, ma di sicuro ti fa guadagnare in aggressività e nell'approccio alla partita. Forse in Italia in questo tralasciamo qualcosa».

E poi sei diventato titolare e ti sei tolto belle soddisfazioni.
«Sì, ho avuto anche bei riconoscimenti, tipo essere entrato nella top 11 dell'Equipe nel mese di dicembre e poi essere premiato a gennaio quale miglior giocatore del mese dell'Amiens, scelto dai tifosi. Cose che mi hanno dato fiducia».

Hai pure segnato un gol importante.
«Un gol di rapina, però davvero importante. A Nimes, contro la squadra contro cui ci saremmo dovuti giocare la salvezza fino alla fine. Il gol del pareggio al 90'».

E invece per la Federcalcio siete retrocessi e loro sono salvi.
«Mi sembra ingiusto. Mancavano ancora dieci partite, con lo scontro diretto in casa e dopo aver già affrontato gli scontri difficili contro Lione, Marsiglia, Psg e Monaco. Eravamo pronti a lottare fino in fondo, ci hanno tolto questa possibilità. So che stanno facendo dei ricorsi, ma non so come finirà».

Abbiamo fatto uno studio sul Romanista qualche giorno fa: le posizioni alla 26ª giornata degli ultimi quindici anni di Serie A, sia in testa sia in coda, cambiano nelle ultime giornate.
«Chiunque sa di calcio, sa che ci sono squadre che viaggiano a meraviglia nel finale dopo aver affrontato e superato fasi difficili e viceversa, squadre che pensano di aver già raggiunto un risultato e poi crollano. Cristallizzare queste posizioni prima della fine è sicuramente ingiusto».

Poi è arrivato il blocco. Ci ha già raccontato Rongoni, il preparatore di Garcia, che in Francia il lockdown è arrivato in ritardo rispetto all'Italia.
«Esattamente. Vivevamo ancora normalmente e io mi affannavo a far sapere agli altri che bisognava essere molto più cauti. Sentivo ciò che avveniva in Italia e sapevo a che cosa si stava andando incontro. Dicevo di evitare assembramenti, di uscire a cena, di fare la spesa in maniera essenziale».

Poi avete avuto addirittura un giocatore in coma, Sambia del Montpellier.
«E questo dramma ci ha davvero colpito. All'inizio c'era più scetticismo, lì abbiamo capito che era giusto fermarsi. Ci sentivamo invincibili e invece abbiamo capito che non era così».

Parliamo un po' di Roma? Per te è una ferita aperta il fatto di essere andato via e non aver mantenuto un vincolo contrattuale? O sei sereno?
«La Roma non può mai essere una ferita. È il motivo per cui è nata la mia passione per il calcio. La seguo sempre con interesse e passione. Magari per fare del bene a me stesso ho dovuto staccare un po' rispetto all'idea romantica da tifoso. Ho visto che tanti miei compagni di Primavera sono rimasti magari a quell'idea e poi in qualche modo questa cosa ti penalizza. A un certo punto bisogna essere realisti, accettare il destino del proprio percorso, grazie a Dio questo mi ha consentito di staccarmi un po' e trovare la mia strada. E ti garantisco che non è facile. Vivendo lì vedi tutto grande, bello e magico, poi magari vai a giocare in realtà più piccole e rischi di valutare male le cose, certi meccanismi mentali ti possono portare fuori strada. Per fortuna a me non è capitato».

Che ti resta dentro dell'esperienza con i più grandi?
«Non mi stanco di ripeterlo. Il modo con cui Daniele si rapportava a noi ragazzi è la cosa che mi ha colpito e che mi porterò sempre dentro. Quando salivamo in prima squadra, vedevamo delle divinità e tanti si comportavano proprio da divinità, ma non per posa, solo perché è naturale che sia così. Lui invece ha un modo di fare così accomodante che ti faceva sempre sentire a tuo agio. È una lezione che mi porto dietro e se capiterà anche a me, sono sicuro che mi comporterò con i ragazzi come lui ha fatto con noi».

Ma quando vai in campo ti senti lo stesso ragazzino dei tempi del Futbolclub? O ti senti molto cambiato?
«Mah, più che il calcio è l'ambiente che ti cambia. Da piccolo non immagini tutte le cose che ci stanno dietro e intorno e che a me piacciono poco. La cosa che non cambia mai è il rapporto con il pallone, con le partite o con le partitelle in allenamento. Per me è la gioia pura, è il pane, è quello che mi manca di più adesso. In questo senso non penso davvero di essere tanto diverso da quel ragazzino lì».

Ma col Bologna qualcosa è andato storto? Hai qualcosa da rimproverarti? Magari del tuo rapporto con Mihajlovic?
«Con il mister ho avuto sempre un ottimo rapporto. Ammiro il suo carisma, è talmente forte questo aspetto del suo carattere che diventa oggettivo. E a me piace. Quello che è successo è semplicemente che ha fatto delle scelte diverse e io mi sono messo in gioco. È quello che devono fare tutti quelli che vengono messi in discussione. Ho pedalato, ho faticato, mi sono rimboccato le maniche e sono andato a fare esperienza. Non l'ho vissuta male. E accetterò con la massima serenità anche ciò che decideranno per il mio futuro. So che c'è stima reciproca, in ogni caso. A Bologna ho avuto per la prima volta l'opportunità di giocare in serie A. Da parte mia non c'è alcun rancore. Le delusioni poi nel calcio ci stanno e vanno affrontate e superate».

24 anni appena compiuti e hai già fatto un bel giro d'Italia tra Roma, Livorno, Brescia, Spezia, Foggia e Bologna.
«Ora ho cominciato il giro d'Europa...».

Le esperienze ti stanno costruendo il carattere però. Si percepisce una bella saggezza per un ragazzo così giovane.
«Questo è un bel complimento e me lo tengo stretto. Il mio primo pensiero è sempre stato quello di strutturarmi come uomo».

A proposito: ti hanno mai fatto un'intervista senza chiederti di papà e del suo ruolo d'attore?
«No, mai».

Battiamo questo record?
«Mi pare un ottimo modo per chiudere questa intervista. Tanto il mio rapporto fantastico con papà resta. E poi se sono della Roma è merito suo».

Santo uomo.