Ne ha affrontate di sfide la Romulea nei suoi 99 anni di storia, come quando era stato deciso di sfondare il campo più bello d'Italia - trovatene un altro da cui, a il gioco è fermo, si può distogliere lo sguardo e posarlo sulla facciata della Cattedrale di Roma, la Basilica di San Giovanni in Laterano - per far uscire le scale mobili della costruenda fermata Amba Aradam della metro C, spostata, dopo una lunga mobilitazione, di un centinaio di metri, a Piazzale Ipponio. Siamo partiti da qui per raccontare le tante difficoltà che affronteranno le scuole calcio, che hanno sospeso l'attività con il lockdown, e non hanno certezze neppure per settembre. Ne abbiamo parlato con Nicola Vilella, presidente della Romulea, tornato da pochi giorni in sede, allo storico Campo Roma (la tribuna, inaugurata nel 1935, è tutelata dalle Belle Arti) per programmare la ripartenza. Fuori, c'è il padre, Vito, l'ex presidente, che sta oliando la serratura del cancello: guardando a sinistra, dal piazzale, si vede il gigantesco murales dedicato a Francesco Totti da Lucamaleonte, sulla facciata della scuola che aveva frequentato da bambino. Dietro l'angolo, dalla parte opposta, i banchi del mercato di Via Sannio. Ma non gira ancora nessuno. «Il personale è a casa - spiega Vilella jr - stiamo venendo al campo solo per piccole manutenzioni».

Senza sapere quando potrete riprendere.
«C'è tanta confusione. Pochissime indicazioni da parte della Federazione, sembra tutto fermo. Non sono ancora uscite indicazioni».

Se ne riparla l'anno prossimo.
«Io credo che non sia proprio possibile fare qualcosa prima dell'estate. I protocolli per la ripresa sono impossibili per la serie C, figuriamoci per noi dilettanti. Anche perché per i calciatori dilettanti non c'è l'aspetto lavorativo, per cui passa tutto in secondo piano».

Voi fate solo settore giovanile.
«Ora sì. Anche se la Romulea ha una tradizione importante a livello di prima squadra: 18 anni di fila in serie D, centrando anche un secondo posto. Il vecchio campionato Interregionale: era la quarta serie del calcio italiano, la C2 non c'era. A metà Anni 90 abbiamo tolto la prima squadra per dedicarci completamente al settore giovanile, e infatti in quel periodo abbiamo raggiunto tre finali nazionali consecutive. L'abbiamo rimessa nel 2007, salendo dalla Seconda Categoria alla Promozione, e tolta di nuovo nel 2013, per lo stesso motivo. Ma stiamo lavorando per allestirla di nuovo l'anno prossimo».

Una scelta in controtendenza: la prima squadra a livello economico è solo una remissione.
«Vero. Ma noi abbiamo lavorato molto bene come settore giovanile, si è creato un grande senso d'appartenenza. E ci dispiace che, dopo la Juniores, i ragazzi debbano andarsene: ci sembra che il percorso si interrompa. Vorremmo allestire una prima squadra con soli ragazzi cresciuti da noi».

Un progetto pre-Covid.
«Che però stiamo provando a portare avanti lo stesso, per coinvolgere il quartiere: non ci sono grosse prime squadre in zona. Certo, dovremo trovare qualche sponsor, fare qualche iniziativa di marketing, per far quadrare i conti».

I conti del vivaio invece?
«Si è già parlato di defiscalizzazione delle attività dilettantistiche, sono pronti 400 milioni, aspettiamo di capire come verranno spesi. Abbiamo 350 ragazzi nel settore di base, e quasi 120 all'agonismo. E una squadra di ragazzi autistici, iscritti a costi agevolati».

Quando scadevano le quote?
«A gennaio. A marzo qualcuno non aveva pagato, e quei soldi ormai sono persi... pazienza. Per gli altri stiamo studiando un voucher per l'anno prossimo. Forse perderemo iscritti, il paese è in crisi. Ma c'è una cosa che dà speranza a noi che facciamo settore giovanile: qualunque cosa succeda, i bambini torneranno sempre a giocare a calcio».