C'è il pensiero stipendio, come lo abbiamo già definito in un titolo dei giorni scorsi, e riguarda la lunga trattativa tra Lega e Assocalciatori per capire quanto e come ridurre gli ingaggi dei calciatori per alleggerire un po' i bilanci dei club, già mortificati dalla sospensione della stagione: l momento l'accordo non c'è perché i presidente sembrano preoccupati più che altro dalla clausola antimessa in mora più che trovare un accordo per ridurre i salari. C'è l'emergenza sanitaria, con giocatori contagiati, giocatori che hanno lasciato l'Italia e al rientro dovranno osservare nuove quarantene e altri, come quelli della Roma, rimasti diligentemente nelle rispettive abitazioni. E c'è pure un piano di rientro, che per ora non riguarda i debiti (in lievitazione) delle società italiane che erano già messe male nei tempi floridi in cui si poteva giocare, e immaginatevi adesso, ma proprio il rientro in campo.

Di tutto questo si parlerà oggi nell'assemblea della Lega Calcio (sono temi all'ordine del giorno, insieme con le comunicazioni di presidente, Dal Pino, e Ad, De Siervo) e se n'è parlato anche ieri, nella riunione del tavolo di crisi in Figc tra le varie componenti federali. Nessuna decisione presa, com'è normale che sia finché l'Italia se ne sta barricata in casa ad aspettare che passi l'emergenza. Ma intanto si ragiona sul piano di rientro appunto, o, per meglio dire, sull'ipotesi di poter tornare in campo a fine maggio, ammesso e non concesso che ci si possa tornare ad allenare alla fine del lock-down del 13 aprile. Il calcio prova insomma a darsi una parvenza di normalità, ma la sensazione più forte è che tutto questa serva innanzitutto a placare le intemperanze delle emittenti che hanno (pagato) i diritti per trasmettere le partite. Sky ha già saldato tutto, ma potrebbe rivolere i soldi indietro, Dazn ha già fatto sapere che non pagherà l'ultima rata. Così il calcio manifesta l'intenzione di riprendere a giocare e se poi, come appare evidente, non ci si riuscirà, si potrà comunque dire che fino alla fine il tentativo è stato esperito.

Ieri è tornato a parlare anche il ministro dello Sport Spadafora, ammorbidendo un po' certi toni duri usati nei giorni corsi (e Gravina ha apprezzato) in un messaggio diffuso su Facebook: «Abbiamo di fronte a noi 10 giorni importanti e complicati in cui possiamo vedere la differenza e cominciare da dopo Pasqua ad avere segnali ancora più netti. Ecco perché nei prossimi 10 giorni saranno ancora vietate le competizioni sportive di ogni ordine e grado, ma dobbiamo chiedere un ulteriore sacrificio ai nostri atleti e abbiamo anche vietato ogni allenamento in ogni tipo di struttura. È un sacrificio che serve a tutelare loro stessi e tutti quanti noi, è ancora troppo alto il numero giornaliero dei morti e di fronte a questi dati non c'è sacrificio che non si possa fare per invertire la rotta. Dopo ci sarà tempo per riprendere gli allenamenti e consentire ai nostri atleti di competere al meglio. Questo sacrificio vale la pena di farlo». L'obiettivo del Ministro è quello di far ripartire le attività sportive e per questo sta pensando ad «un piano straordinario per le iniziative che devono partire da maggio, cioè da quando speriamo di poter essere fuori dall'emergenza coronavirus per pensare al futuro. Ma per poter ripartire da maggio, bisogna che a quella data tutte le realtà sportive possano arrivare con le risorse necessarie».

Ma il fronte degli scettici aumenta e va dal presidente del Brescia Cellino («Pazzo chi pensa di rientrare, a me della retrocessione non frega niente, se decidono di tornare ritiro la squadra») a quello della Sampdoria Ferrero («E come lo dico a Gabbiadini di tornare a giocare? Lui è stato molto provato dalla malattia, si è appena ripreso. Non è una macchina, che è spenta e la riaccendi. E che testa avrà per giocare. Chi ci andrà allo stadio? La gente con le mascherine? Basta parlarsi addosso. Affrontiamo questo momento con testa e dignità») fino al presidente dell'Aic Tommasi che ieri ha fissato intanto tre punti: «In linea generale - ha detto a Libero - visto che al momento le persone devono limitare gli spostamenti, perché dobbiamo far uscire di casa i calciatori? Per una stagione che non si sa se riprenderà? Non ha senso tornare in campo per "sperare". Anzi, c'è il pericolo di altre positività che blocchino tutto. E bisogna capire gli effetti dell'infezione sull'idoneità sportiva: Pepe Reina ha confessato di essersi sentito mancare l'ossigeno per 25 minuti.... Per ricominciare servono tre cose: 1) Che l'emergenza sia finita, e ce lo auguriamo tutti. 2) Se si torna a giocare deve essere per portare a termine la stagione. 3) Si deve poter viaggiare in sicurezza, perché non è solo questione di allenarsi ma di muovere 50 persone due volte a settimana...».